MALE UNIDOS


Editoriale del 19 marzo 2021

Male unidos: ultima parte della famosa frase su noi sardi. Qui non mi sento di dargli torto, a quel re, se è vero che l’ha detta per noi. Quelle vecchie constatazioni valgono ancora ai giorni nostri, in questo senso si può dire che noi sardi siamo cambiati poco.
Però non posso pensare che anche nell’antichità fossimo individualisti perché solo un popolo molto cooperativo può costruire più di diecimila nuraghi, per i quali non basta s’aggiudu torrau (L’aiuto restituito).
Traduco perché mi legge Gioia, un’amica del continente.
I motivi che hanno formato, sformato e informato questa nostra caratteristica sono tanti e non mancano le giustificazioni. Non per cercarle, ma indubbiamente nei secoli abbiamo ricevuto troppe sbruncate (su bruncu è il muso) per poterci fidare in pieno rilassamento. In questo non siamo diversi anche da popoli che hanno dominato il mondo. E lo testimoniano frasi diventate famose che giustificavano la diffidenza sempre a carico totale degli altri. “Timeo Danaos et dona ferentes”. Noi sardi l’abbiamo adottata in maniera totalizzante: bisogna temere non solo i danaos, ma tutti quelli che vengono dal mare. Lo avessero tenuto in conto gli aztechi, qualche secolo in più avrebbero vissuto. In questo modo facciamo torto a tutti, ma ci preserviamo. Per il nostro amor proprio abbiamo coniato una frase che ci risarcisce della rilassatezza ingenua: “s’ainu sardi du coddas una borta scetti” (l’asino sardo lo fuck una volta sola).
Non ci fidiamo dell’armatevi e partite, tutti insieme tesi verso una meta che potrebbe non appartenerci. È la storia che ce lo dice. Abbiamo onorato due guerre con i nostri morti e in cambio abbiamo ricevuto solo medaglie e non tutte d’oro. Eppure siamo talmente disuniti secondo constatazione comune che ci hanno riuniti tutti insieme nella Brigata Sassari. Il nostro grido di guerra “Forza paris” segnala l’esigenza e l’empito guerresco da onorare tutti insieme. Poi diventiamo giulivi, quorum ego, quando vediamo una targa sarda in continente.
Rifiutiamo le cooperative, temiamo sempre di diventare soci in perdita e non siamo abituati agli entusiasmi collettivi, a meno che non siano calcistici. Però esaltiamo l’esempio che ci hanno dato quelli di Arborea, veneti di Sardegna, che continuano a essere d’esempio, ma detentori di una difficile eccezione. La tendenza all’individualismo l’ho sperimentata e posso dire subìta, sin da piccolo, quando ho cominciato a giocare a pallone, che dovrebbe essere gioco di squadra esaltato dai singoli. Molti miei compagni di gioco e anche di squadra facevano un figurone perché giocavano per i fatti loro e io lì a passare il pallone di prima a tutti senza riceverne i giusti riconoscimenti.
Si dice che nei paesi il fenomeno sia o fosse meno vistoso e ci fosse anzi molta unità. Si poteva singolarmente essere invidiosi, ma sempre da ogni parte sos de carrela (quelli del vicinato) erano molto importanti. Quando uno ammazzava il maiale ti arrivava un pezzo di lardo e di salsiccia. Quando arrivava il tuo turno, o più precisamente, il turno del tuo maiale, facevi altrettanto.
Quando si facevano gli inviti per il matrimonio i primi a cui bisognava pensare, stando ben attenti a non dimenticare nessuno, erano i vicini di casa, per un motivo ben preciso. Perché erano le persone con cui ti vedevi ogni giorno, i primi su cui contare in caso di immediato bisogno.

Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

“Eppure siamo talmente disuniti secondo constatazione comune che ci hanno riuniti tutti insieme nella Brigata Sassari. Il nostro grido di guerra «Forza paris» segnala l’esigenza e l’empito guerresco da onorare tutti insieme.”
Da MALE UNIDOS – Editoriale di Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

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