MILAN O TORINO IN EUROPA LEAGUE?


Editoriale del 19 giugno 2019

“Tu che hai fatto la legge, chiunque tu sia, obbedisci alla legge” – Pittaco

William Gladstone, che fu quattro volte primo ministro inglese ed eminente figura del Partito Liberale, ebbe a dire che “le buone leggi rendono più facile fare la cosa giusta e più difficile quella sbagliata”. Basterebbe questa riflessione del Gladstone per spiegare in modo sintetico l’inutilità distruttrice della regola del Fairplay finanziario, che invece di generare cose giuste continua impunemente a rendere facile il percorso delle cose sbagliate, contribuendo a creare il caos tra i tifosi di tutta Europa. Dall’incipit di quest’articolo, i lettori possono facilmente evincere come -sia contrario a questa legge del calcio europeo, voluta da Michel Platini, nata come un tentativo per evitare “crash” finanziari di club temporaneamente in mano a proprietari improvvidi e scellerati, ma presto ertasi a contribuire ad aumentare il divario tra club ricchi e club poveri. Ho fatto questa dovuta premessa, nella speranza di eliminare qualsiasi tipo di equivoco nel manifestare il mio assoluto stupore su quanto sto leggendo sulla eventualità o meno della partecipazione del Milan alla prossima Europa League. La società milanese, di cui ho il massimo rispetto e alla quale non si può non riconoscere lo status di patrimonio storico del calcio italiano ed europeo, ha da qualche anno palesemente violato ogni tipo di vincolo riguardante la regola del Fairplay Finanziario, ed è a causa di ciò che da diversi mesi sta tentando con i vertici di Nyon (sede della Union of European Football Associations) di tracciare una qualche via di risoluzione per togliersi dal pantano in cui si è andata da infilare. È evidente come si stia cercando di trovare un accordo, un cavillo magari esoterico (perdonate la battuta, ma mi è uscita spontanea), per mitigare una sanzione che comunque l’Uefa dovrà comminare alla società rossonera. È,07 altrettanto evidente come tutti, a Nyon, non vorrebbero buttare fuori dalla prossima Europa League il Milan. Ed è altresì evidente, infine, come tutti, nei fatti, abbiano smesso di parlare della osservanza della regola del Fairplay, per orientarsi sul come fare per aggirarla per evitare che il Milan quest’anno l’Europa possa guardarla solo attraverso la televisione. Che qualcuno si stia chiedendo se ciò sia giusto o meno è francamente surreale, ed è giustificato solo da una società, quella italiana, sovente costruita più sulla certezza dell’eccezione che su quella del diritto. Una acuta riflessione di Josè Ortega Y Gasset, poneva l’accento su come “la legge nasce da uno stato di disperazione circa la natura umana”, volendo sottolineare proprio il pericolo nascosto nell’eccezione, notoriamente figlia della soggettività precaria della natura umana. Da qui la necessità della legge, come strumento ordinativo e super partes. Ma la legge, per funzionare e portare quindi benefici, deve essere rispettata aldilà di ciò di cui noi pensiamo di essa. Aldilà se ne riscontriamo, nella sua attuazione, delle falle. “Dura lex, sed lex”(la legge è dura, ma è la legge) recitava un’antica massima, ad indicare che per quanto dura, solo la legge può impedire il regno dell’abuso. Se si è d’accordo su questo, l’unica riflessione plausibile e accettabile sulla vicenda Milan/Europa league sarebbe quella di, a malincuore, riconoscere il non diritto del club rossonero a partecipare alla prossima competizione europea. Lo direi anche se fosse il Manchester United ad essere coinvolto [squadra per la quale l’editorialista nutre affetto conclamato. NdR]. Soprattutto se fosse coinvolto lo United. Badate che qui c’è in gioco un principio, e fa sorridere amaramente quando si leggono riflessioni giornalistiche, fatte anche da grandi firme, in cui si descrive uno scenario in cui il Milan starebbe decidendo, per tutte le questioni ormai note e che quindi per brevità non ripeterò, se scontare la sua inevitabile sanzione con una esclusione dalla Europa League piuttosto che dalla Champions League. A parte l’abbondante innaffiata di ottimismo su una sua certa prossima partecipazione alla Champions, a indurre al sorriso amaro è il ragionare sulle possibilità del sanzionato di potersi comodamente scegliere quando e dove scontare la pena. In tutto questo parlare di Milan, poi, si sta dimenticando l’altro protagonista di questa ridicola e nefasta storia: il Torino Calcio. La squadra granata, al contrario di quella rossonera, ha rispettato le regole e, rispettandole, è stata palesemente danneggiata dal comportamento finanziario scorretto della squadra che l’ha preceduta in campionato. Anche sul Torino ho sentito e letto commenti surreali, alcuni, da parte di alcuni tifosi, dal sapore addirittura autopunitivo. Della serie “noi l’Europa League dovevamo conquistarla sul campo”, “invece di pensare ad approfittare dei guai finanziari del Milan, Cairo doveva fare ulteriori sforzi per rafforzare la squadra”, “forse è meglio partecipare alla prossima Europa League, ormai è troppo tardi per allestire una squadra da competizione europea”, e via dicendo su questo passo. Signori, nella vita, e specialmente nel calcio, molte cose spesso possono essere opinabili e soggettive, molte cose possono essere vanamente oggetto di recriminazioni, ma su questa vicenda una cosa deve essere chiara: a norma di regola del Fairplay finanziario dovrebbe essere il Torino a giocare la prossima Europa League, e non il Milan. Tutto il resto sono solo inutili chiacchiere da polverone mediatico, alzato unicamente per far accettare al mondo l’ennesima ingiustizia che si sta compiendo nel calcio. Sono esili vaniloqui i discorsi in difesa del Milan, incentrati sull’assurdità di un Fairplay finanziario che impedisce alle proprietà dei club di investire risorse proprie per rafforzare la squadra. Sono esili vaniloqui perché, pur condividendo il discorso sull’assurdità del regolamento del Fairplay, la prima cosa da salvaguardare, in ogni consesso sociale, e il rispetto della legge. Se una legge non la condividiamo, allora si lotti nelle sedi opportune per abolirla o modificarla. Era giusta la legge americana sul proibizionismo degli alcolici? Sicuramente no, come la storia ha dimostrato, ma finché è rimasta in vigore era doveroso e giusto osservarla. Trasgredirla voleva dire rimettere la propria reputazione e la propria libertà alle conseguenti sanzioni, E lo dico da appassionato degustatore di vini e alcolici raffinati. Il Fairplay Finanziario è stata una pessima idea, e non discuto la buona fede di Platini nell’averla ideata. Comprendo la ratio per cui l’ex fuoriclasse francese la volle a tutti costi, ma bisogna ammettere il suo fallimento funzionale. Ma queste sono osservazioni che dovrebbero essere portate avanti dai dirigenti sportivi europei, i quali temo non abbiano voglia di inimicarsi i grandi club lesti ad usare questa regola per aumentare il loro potere sui piccoli/medi club. A parti invertite, statene pure certi, a Nyon non avrebbero esitato a squalificare il Torino in favore del Milan. Perché in questa società dove ormai domina la retorica e il politicamente corretto, il peso della legge, necessario ogni tanto da far sentire per dare alla gente l’idea di come l’ordine regni sovrano, è meglio esercitarlo sui più deboli. I deboli, notoriamente, non procurano conseguenze spiacevoli a chi vuole tenersi a tutti i costi poltrone decisionali di rilievo. Alla fine di questa storia, ci sarà un famoso giudice a Berlino? Il tenace mugnaio di Bertold Brecht si oppose all’esproprio e all’abbattimento del suo mulino da parte dell’imperatore Federico II di Prussia, il quale non aveva esitato a corrompere tutti i giudici e tutti gli avvocati al quale si rivolgeva. Ma alla fine, cercando senza arrendersi, il mugnaio trovò giustizia in un giudice onesto di Berlino. L’imperatore voleva abbattere il mulino semplicemente perché danneggiava il panorama del suo nuovo castello di San Souci. Una volontà farsesca, arrogante e piena di abuso. Ecco perché esistono le leggi, ecco perché esistono i giudici: per placare volontà prevaricatrici e sconnesse. Ebbene che noi tutti, ogni tanto, ci si ricordi della lezione di Bertold Brecht. Prima che sia davvero troppo tardi.

Anthony Weatherill (ha collaborato Carmelo Pennisi)

“In questa società dove ormai domina la retorica e il politicamente corretto, il peso della legge, necessario ogni tanto da far sentire per dare alla gente l’idea di come l’ordine regni sovrano, è meglio esercitarlo sui più deboli.” Dall’editoriale CI SARÀ UN GIUDICE A BERLINO? Di Anthony Weatherill (ha collaborato Carmelo Pennisi)

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