MILANO NON MI AVRAI MAI (PIÙ)


Editoriale del 19 luglio 2020

Beppe Sala è preoccupato per le sorti di Milano, ora che ciò che in Italia chiamiamo buffamente “smart working” rischia di sottrarre alla città la sua ragion d’essere. Che il ruggito della metropoli si stia trasformando in un guaito svogliato, che lavorare da casa costringa gli italiani in una “grotta” dalla quale è tempo di uscire, che le donne paghino il prezzo più alto di un ritmo squilibrato, che i trasporti rischino il collasso. In questi mesi in cui si registra un numero crescente di persone che scelgono di lavorare in remoto dalle periferie italiane, prende forma una costellazione di ragioni logiche a giustificare il richiamo alle scrivanie, ai palazzi, ai cubicoli, agli open space rivoluzionari e in un attimo già superati senza appello. Forse è troppo per presto per stabilire se quella che sembra profilarsi come una delle tendenze di questo decennio– il lavoro slegato dalla presenza nei luoghi istituzionali – possa dirsi destinata a durare. Di sicuro c’è che anelare al buen retiro non è una cosa nuova. Solo non è più un sogno per la pensione, almeno non per quella generazione che del futuro non ha certezza. Non sono, i quarantenni di oggi, i baby boomers che hanno scollinato nel terzo millennio con addosso l’adrenalina della rincorsa contro il tempo al denaro e alla roba. Che hanno travolto e superato i limiti quando pareva che nessun limite fosse insuperabile. Quelli che erano troppo di fretta per riflettere sull’ambiente, i diritti sul lavoro, le discriminazioni, la sostenibilità. Scegliere di lavorare su una terrazza di fronte al mare, sbirciando tra le righe le signore a mollo o i nuotatori solitari che fendono la trasparenza immobile dell’acqua è l’intuizione, banale eppure travolgente, di questo nostro tempo. Soprattutto se fermarsi significa tornare da vite in altri luoghi, sperimentazioni di decenni e ansie pensate in lingue diverse, abitudini ibride e telefonate whatsapp verso paesi sperduti in continenti diversi. Quando gli orizzonti restano aperti e l’esotico è a portata di mano, nei ricordi, nelle letture, nei sogni sgangherati che rimettono insieme precarietà passate di case, strade e relazioni. Tornare a essere interi e, possibilmente, scalzi. Scegliere luoghi dove il lavoro si paga ma senza inganni e un piatto calamari e un’insalata di pomodori costano quanto dovrebbero costare. Questo è ciò che ancora ci è dato scegliere. Pazienza per Milano e Londra, belle come sanno essere se vogliono. Scelgo la pausa pranzo sott’acqua. Che se proprio si deve essere precari meglio esserlo con il sale sulla pelle. 

Eva Garau (Precaria di Aristan)

 

Scelgo la pausa pranzo sott’acqua. Che se proprio si deve essere precari meglio esserlo con il sale sulla pelle. (da MILANO NON MI AVRAI MAI (PIÙ) – Editoriale di Eva Garau)

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