MONOLOGO SUI MASSIMI SISTEMI


Editoriale del 15 dicembre 2014

Mi fa proprio andare in ciampanelle quest’affare dei “massimi sistemi”. Cioè, intendo, il pudore per le parole altisonanti, i temi vertiginosi, le spacconate sublimi, la chiacchiera chic o come diavolo la volete chiamare. “Non è che si parlasse dei massimi sistemi”, “se non parli dei massimi sistemi tu…”, “parliamo di cose concrete, evitiamo i massimi sistemi” eccetera eccetera eccetera. Prima di tutto, cosa caspita intendete per massimo sistema? Hegel? Platone? Qualsiasi teoretica? Qualsiasi estetica? Qualsiasi politica? Il pensiero debole? La religione? Il bene e il male? La grammatica generativa di Chomsky? L’amore? Il conflitto arabo-israeliano? Il dolore? Che cazzo di problema avete? Mica vi si chiede la conoscenza, siamo tutti caproni ignoranti se misurati con l’ineffabile complessità dell’esistenza. È l’assenza di disposizione che mi fa infuriare. Io di massimi sistemi ho parlato con terroristi, vagabondi, docenti universitari, mio nonno, tutti i bambini che incontro, da solo se sono ciucco, con i preti, gli assassini e le battone e i politici, loro cugini, con i sassi, i tramonti, Ivano Fossati quando io e Sancio lo abbiamo beccato dietro le quinte e gli ho fregato la penna, insomma proprio con tutti. Ma mica attacco con “cosa pensi tu del settimo assioma del tractatus logico-philosophicus di Wittgestein?”. A parte che l’ho letto tre volte e non ci ho capito una mazza, dico, faccio domande, anche minime, anche “perché ti mangi le unghie” o “ti piace il colore giallo” o “il cavolfiore provoca meteorismo pure a te?”. Il punto è che lo sfondo è sempre il massimo sistema, cioè il particolare serve sempre per aggiungere un granello al puzzle del mondo, e per sbalordire subito dopo. Il particolare è il tutto, la schicchera di partenza per il deliquio. Io mi ci sballo con l’ignoranza che ho del mondo. Però chiedo, e se chiedi ti rendi conto che tutti hanno voglia di parlare di massimi sistemi, perchè sono angosciati, pavidi, timidi, stronzi, arroganti e quindi tengono alla loro aulica singolarità come a un bene da non mettere a rischio a contatto con l’aria, sono dunque stitici, terrorizzati, abbandonati, soli. E soprattutto succubi di un periodo storico, di un’infame civiltà del consumo che riduce tutto a singolarità conoscitiva, blip, blip, blip, leggere le cose come alla cassa il codice a barre. È così che ci fottono ragazzi, frammentando, umiliando la poderosa, velleitaria aspirazione al tutto, la fame bavosa per l’invisibile e l’intricato, il sentimento di rivoluzione indefessa, sempiterna. Ci dicono, e noi moltiplichiamo col silenzio, che è vano, e hanno ragione, che intendano vanità o inutilità. Ma vano significa soprattutto vuoto e da qui bisogna partire. Vuoti sono coloro che non esigono per se stessi la battaglia, persa in partenza, con l’impossibile. Chi ama i massimi sistemi ama anche i fiori, le formiche, il calcio e soprattutto gli altri esseri umani, perfino quegli scopini da cesso di Marchionne e Brunetta. E voi che ci deridete…andate a fare in culo!

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

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