NONNE E NIPOTI


Editoriale del 30 ottobre 2020

Mio figlio si è goduto la nonna: ci giocava a carte, si divertiva con lei, le assegnava un’età differente a seconda delle situazioni. Filippo Martinez quando venne al mio tardivo matrimonio la conobbe e io gliela volli far conoscere. Li lasciai a chiacchierare, mia madre in questo non si faceva pregare e anche Martinez. Dopo un po’ venne Filippo e mi disse con il trasporto di un talent scout ”Tua madre la facciamo salire sul palco” – “Non ce la fa, è invalida al 100%”. Quanti anni aveva? Non dico bugie valutative. Mia madre, quando le domandavano l’età, se ne aveva 70 diceva 77 e quello aggiungeva “Gliene davo 72, 73”. “Infatti ne ho 70”.
Mio figlio quando andavamo a Sindia d’estate, aspettava che gli ospiti se ne andassero e poi le chiedeva puntualmente di imitarli, lei lo accontentava e io ne approfittavo. Quando mia madre raccontava un fatto con più interpreti imitava le loro voci e quindi diventava caricatura affettuosa, perché li faceva diventare simpatici, fantasiosi, piacevoli e mai noiosi. Perché per tratteggiare uno noioso non c’è bisogno di ingenerare noia.
Una volta, era piccolo, a Sindia appunto, rimase tutta una sera a presenziare alle visite che mia madre riceveva, l’uscio era sempre aperto, e ne fu incuriosito: aveva sempre sentito la nonna esprimersi in italiano, e sentirla parlare a lungo in sindiese lo stupì, come se scoprisse che aveva delle grandi capacità di cui non menava vanto. Padroneggiava due lingue e sembrava avere due caratteri differenti. A cena volle togliersi la curiosità:
– Nonna, ma tu da giovane parlavi in italiano?
Mia madre rispondeva spesso anticipando la successiva.
– In italiano? E con chi?
– Ma tu eri brava a scuola?
– Sono arrivata alla quarta elementare, come Grazia Deledda.
– Quali materie preferivi?
– Andavo male in lingua straniera.
– In inglese?
– No, in italiano.
L’italiano l’ha imparato con mio padre, tortoliese, che a sua volta si era imparato il sindiese, e per loro era uno scambio alla pari. Mio padre diceva che è sempre meglio usare la moneta del posto, imparare il valore del cambio, e lo esibiva con tutti, specie con quelli che, secondo loro per rispetto, si rivolgevano a lui in italiano. Mia madre rideva per i suoi errori, ma lui non se ne curava, anzi l’inciampo gli rendeva il senso del miglioramento, nel suo cammino aveva riempito una buca.
Per me era sempre stato normale sentire mia madre esprimersi nelle due modalità, che potrei considerare tre, perché dovrei aggiungere anche il cagliaritano. Però quando la sentivo parlare in sindiese l’ascoltavo come un altro si ascolta Mozart, con lo spartito in mano, e scoprivo la cura della sfumatura, dell’espressività, del discorso mai sciatto o sbrigativo, lei come altri paesani e mi ha dato conto di tante differenze culturali, come il termine iscandalosa, che riferito a una donna, come avevo sentito, detto in sindiese significava solo donna che cerca lo scandalo negli altri, o ilgonzosu (vergognoso), che in italiano si deve dire timido e questo vale nei giudizi scolastici dove spesso viene travisato.
Nino Nonnis (Sa cavana [la roncola] di Aristan)

“Quando mia madre raccontava un fatto con più interpreti imitava le loro voci e quindi diventava caricatura affettuosa, perché li faceva diventare simpatici, fantasiosi, piacevoli e mai noiosi”.
Da NONNE E NIPOTI – Editoriale di Nino Nonnis (Sa cavana [la roncola] di Aristan)

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