NOSTALGIE DI STRADA


Editoriale del 18 marzo 2018

Una riunione tra amici dopo anni. Alla terza birra scatta la nostalgia. Anni Novanta, orde di ragazzini in piazza, un pallone, una macchina che fa la spola tra la spiaggia e la periferia, una patente in venticinque. E soprannomi che non passano col tempo. Santina rimane Santina quando la incontri al seggio elettorale dopo decenni. Cane biondo, ora ingegnere, anche senza capelli rimane Cane Biondo. E così Raviolo, che non aveva speranza e invece lavora e prepara la colazione ai figli e sorride loro al mattino. Cinghiale fa l’allenatore di rugby, Babbo si è traferito in Nuova Zelanda. Anche i nomignoli più truci resistono. La commessa del negozio chic del centro sarà sempre Pane e Sugo, per via di quell’esclamazione quando giocando ad acchiappa bandiera si era sbucciata il ginocchio (Che schifo, sembra pane e sugo!). In due ore dieci anni di adolescenza e il tentativo fallito di non trasformare giorni assolati in mito. Poi, inevitabile, l’abbraccio della banalità. Ci divertivamo di più, non avevamo i telefonini. Le madri degli altri, dal balcone, diventavano madri di tutti gli adolescenti sciolti per il quartiere. Oggi non c’è più il senso di comunità, si diceva, lasciando il passo al disincanto. Sono stati i social. I social! Il declino coincide col momento in cui si arriva a dire che prima, prima si stava meglio. Prima ci si parlava. I problemi si risolvevano faccia a faccia. Sarà stato il ricordo di quell’ubriacatura colossale in colonia a determinare il volume delle risate. All’improvviso una serie di colpi al muro. I vicini. Silenzio. E poi a ridere, come a quindici anni. Ancora il muro che sembra venir giù. Vogliamo dormire. Scusa, parliamone. Vogliamo dormire. Non c’è più senso di comunità, da quando le pareti delle case sono diventate così sottili. Siamo atomi, diceva uno. Siamo andati a dormire orfani di società e partecipazione e con i vicini – atomi tra gli atomi – lividi di rancore. Stamattina, sul balcone, mi ripetevo mentalmente che la gente non si parla più, che non ci può essere progetto politico senza piazze e senza incontri. Poi un urlo dal mercato. Oh! Ti serve pesce fresco? Un amico che passava di qui. Pesce no. Prendimi il pollo dalla signora dell’ultimo banco, vicino al tipo delle lumache, e poi sali, faccio il caffè. La porta aperta, un cartoccio di pesce fritto a colazione, un bicchiere di vino in due, caffè e sigarette. Non c’è più senso di comunità, gli dico. Ma invece sento che la nostra generazione è salva.

Eva Garau (Precaria di Aristan)

Oh! Ti serve pesce fresco? Un amico che passava di qui. Pesce no. Prendimi il pollo dalla signora dell’ultimo banco, vicino al tipo delle lumache, e poi sali, faccio il caffè. (da NOSTALGIE DI STRADA, editoriale di Eva Garau)

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