OKAWA


Editoriale del 18 luglio 2018

I giapponesi, dopo una sconfitta immeritata a calcio, dopo aver visto sfuggire un sogno a tempo scaduto, lasciano gli spogliatoi meglio di come li hanno trovati. Chiunque altro al mondo avrebbe divelto sedie. Da più parti è stato proposto che quella giapponese sia la civiltà più avanzata al mondo, la più vicina agli dei, come dice l’inno nipponico. Eppure i giapponesi durante la seconda guerra mondiale si macchiarono di crimini in Cina paragonabili a quelli dei tedeschi in Europa.
Uno di coloro che furono processati come criminali di guerra di classe A (la Norimberga asiatica) è
Shumei Okawa, che la propaganda alleata definì il Goebbels giapponese, quando in realtà è l’Ezra Pound giapponese.
Come l’immenso poeta americano, Okawa diede il meglio di sè da sconfitto e da pazzo, dopo la guerra. Pound scrisse i “Canti pisani” in una gabbia dove era rinchiuso come animale pazzo; in un ospedale psichiatrico di Tokio, Okawa scrisse la prima traduzione giapponese del Corano, permettendo ai culmini sublimi di due civiltà di incontrarsi.
Okawa era esperto di filosofie indiane e fu l’ideologo del panasiatismo, quella dottrina che rivendicava l’unità delle religioni asiatiche contro il colonialismo europeo. La sua unica colpa era di avere scritto libri. Insegnò in diverse università, fece conoscere l’Islam agli intellettuali giapponesi (prima era assai più sconosciuto del cristianesimo), promosse il Kokutai, lo “spirito della nazione”, che a differenza del “governo della nazione” (Seitali) è eterno, immutabile, sopravvive a tutti gli errori dei singoli, e risale agli Dei.
Durante il processo Okawa fece il matto. Tra l’altro, diede una testata stile Zidane al generale Tojo, il capo del governo durante la guerra. C’era o ci faceva, Okawa? Possibile che un giapponese possa fingersi pazzo come Totò, per evitare la forca? Rispondere a questa domanda significa penetrare il segreto del Giappone, quel segreto che non si accontenta dello stereotipo di cartone del samurai, quel segreto che penetra, nella corazza pesante delle cose, l’essenza leggera dell’attimo.
Dopo il processo scrisse un libro sulla pace sublime che aveva trovato nel suo paradiso, raggiunto dopo decenni di guerre di ogni tipo, il manicomio.

Editoriale di Gianluigi Sassu (Asiatista di Aristan)

“Chiunque altro al mondo avrebbe divelto sedie. Da più parti è stato proposto che quella giapponese sia la civiltà più avanzata al mondo, la più vicina agli dei, come dice l’inno nipponico.” Da OKAWA editoriale di Gianluigi Sassu (Asiatista di Aristan)

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