ONORE A SPELACCHIO


Editoriale del 21 dicembre 2017

La favola di “Spelacchio”, il maestoso abete tenuto in piedi al centro di Roma, segna una svolta storica nel rapporto tra uomini e piante a Natale. Rigoglioso e sano al momento del taglio in Val di Fiemme, è apparso invece pallido e moribondo nelle vesti di albero di Natale. Esposto al pubblico ludibrio, è stato immediatamente ribattezzato “Spelacchio”, diventando una metafora della condizione in cui versa oggi la capitale d’Italia. Guadagnandosi però, come nessun altro prima, l’affetto del mondo. Mai al capezzale di un albero erano accorse, seppure via web, tante persone. L’hanno visto rapidamente rinsecchirsi, fino a che l’assessore competente, ben dieci giorni prima del Natale, non ha pronunciato le fatidiche parole: “Spelacchio è morto!”. Come se si trattasse di un pontefice. Ora è evidente che qualsiasi grande albero una volta reciso sia destinato a morire nel giro di poco, tenuto artificialmente in vita fino a che le feste non sono finite. Spelacchio, però, è morto troppo presto, forse per scelta personale, come da testamento biologico o in un sussulto di dignità. Smascherando così la bufala che per appenderci le palle di Natale un albero vero sia meglio di uno artificiale: il primo, salvo che non sia tenuto in vaso o trapiantato, è crudelmente destinato alla discarica; il secondo si può riciclare. A Natale si fa strage di alberi come di agnelli a Pasqua. Natale è la massima celebrazione del finto: finto Babbo Natale, finti il presepio e la neve nel presepio, finte le manifestazioni di bontà e i propositi di redenzione. E allora perché sacrificare ed esporre al ridicolo un vero albero? Onore a Spelacchio.

Marco Schintu
(Ufficio pesi e misure di Aristan)

Natale è la massima celebrazione del finto: è finto Babbo Natale. è finta la neve nel presepio, sono finte le manifestazioni di bontà e i propositi di redenzione. E allora perché sacrificare un albero vero? Onore a Spelacchio (da ONORE A SPELACCHIO, editoriale di Marco Schintu)

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