IN ORDINE SPARSO – Editoriale del 30 settembre 2018


Le passeggiate all’alba, quando l’insonnia si trasforma in benedizione. La pioggia quando non te l’aspetti; i musicisti di strada, un attimo prima che raccolgano le loro cose e si incamminino per i viottoli; le barche scrostate e i pescatori che snodano le reti. Il cortile degli ostelli al risveglio, quando si incrociano gli occhi e le mappe di professori stropicciati e ragazzi che viaggiano soli. Mi commuovono sempre. I piatti a coprire la cena per chi rientra tardi; le ultime pagine dei libri più amati; le partite di calcio nelle piazze, i giubbotti come pali improvvisati di porte immaginate; i gesti atletici che per un istante sovrappongono potenza e atto. Le seggiole fuori dalle porte nei paesi, d’estate. Le signore incontrate in aereo che volano per la prima volta perché si laurea un nipote e le marmellate e i ravioli nel loro bagaglio a mano. Mi commuovono i nonni di chi non ha più i nonni. E ne incontra di nuovi, perché non è mai troppo tardi. Mi commuovono i morti che vengono in sogno a sorriderci quando la mancanza scava. Mi commuove che ci guardino allo stesso modo di una volta, le zie poggiate sul lavello della cucina, che con gli occhi dicono che va tutto bene. Mi commuove sopra ogni altra cosa la forza delle donne che hanno vissuto e perso e ancora aprono la porta di casa e dividono il cibo e c’è sempre posto e c’è ancora amore. Mi commuovono i barconi, e la gente a bordo quando tocca terra; il panettiere che suona il campanello e lascia la busta sulla porta di casa di mia madre. E lei che apre e dice “grazie” giù per la scala anche se non c’è nessuno. La luce nelle palestre di periferia; i dischi quasi dimenticati quando suonano ancora. Chi prova anche se non è capace.

Eva Garau (Precaria di Aristan)


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