I PROMESSI SPOSI


Editoriale del 2 luglio 2013

Anche quest’anno assisto a oscene figuracce dei maturandi su “I promessi sposi”, il romanzo più famoso della nostra letteratura. Ma anche il più ignorato. Colpa della scuola, che, da un secolo, lo uccide con una strategia infallibile: divulgandone lo studio nelle classi di ogni ordine e grado. Obbligatorio in tutti i secondi anni delle superiori, nella maggioranza dei casi viene letto penosamente in classe, a voce alta, da qualche studente che ne biascica a stento la limpidissima prosa, nel disinteresse generale dei compagni e dell’insegnante. Il quale, per stroncarne definitivamente la bellezza, sevizia il testo con commenti ed esercizi, gravando di compiti noiosi un libro già di suo soffocato da note inutili, se non dannose, vergate a piè di pagina in carattere minuscolo, che sdottorano su ogni particolare storico e letterario, diluendo in un fiume di chiacchiere quel purissimo cristallo di scrittura italiana. Calcolando il rapporto tra testo del romanzo (di Alessandro Manzoni) e broda del commento (di Gigi Merdacci), ci si rende conto che a scuola, per ogni parola del Manzoni se ne leggono un centinaio del Merdacci. Invece “I promessi sposi” non è “La divina commedia”, che ha bisogno di una parafrasi puntuale, che ci metta in grado di “tradurre” l’italiano medievale in quello contemporaneo e ci illumini del complesso contesto storico nel quale il testo è inserito. La prosa di Manzoni è comprensibile e godibile anche da un lettore di oggi, senza l’ausilio ingombrante di spiegazioni superflue. Come se non bastasse, il medesimo libro massacrato in seconda superiore, torna obbligatorio l’ultimo anno, quello dell’esame finale. Dove non viene quasi mai letto integralmente, né in classe né a casa, perché ognuno dà per scontato di conoscerlo. Difficile trovare qualcuno che, già alle medie o elementari, non ne abbia avuto un’infarinatura, attraverso la lettura di brani scelti o, peggio, di uno sciagurato riassunto stile Bignami. Provate invece a porre a qualsiasi diplomato alcune domande generiche sulla trama e la struttura del romanzo. Ne sentirete delle belle. Se rivelerete che il finale racconta la maldicenza degli abitanti delusi del paese nel quale Renzo e Lucia vanno ad abitare, dove si sparge la voce che Lucia è brutta (al punto da irritare Renzo finché i due non vanno a risiedere altrove), vi prenderanno per dei buontemponi in vena di scherzi dissacranti. Non pochi si meraviglieranno nel sapere che fra Cristoforo muore di peste (come Perpetua). Se poi andrete nei particolari, chiedendo chi siano Tecla (la moglie di Tonio, l’amico candidato ad essere il testimone di nozze) o fra Galdino (a proposito del quale viene narrata la deliziosa leggenda del miracolo delle noci), allora è sicuro che non solo le pupe, ma neppure i secchioni usciranno promossi. La sfida è dunque quella di provare non a rileggere, ma a leggere questo capolavoro celeberrimo e misterioso. Come se ne ignoraste perfino l’esistenza, quasi fosse un romanzo inedito, appena uscito, senza pregiudizi o incrostazioni scolastiche. Scrollandogli di dosso l’uggiosa etichetta di classico edificante, a metà tra il monumento e il santino, intoccabile e ingiudicabile, dunque indigesto.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

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