PSICOLOGIA DELLA COGLIONERIA


Editoriale del 14 marzo 2019

Un libro recentemente pubblicato in Francia (“Psychologie de la connerie”, curato da Jean François Marmion) raccoglie analisi di psichiatri, psicologi, neurologi, filosofi e scrittori, tutti impegnati a definire il significato e l’importanza sociale della “connerie”, termine che i trascorsi in quel paese mi obbligano a tradurre con “coglioneria”, nonostante recensioni dell’opera -che ha venduto 60.000 copie nel giro di pochi mesi- apparse su alcuni giornali italiani scelgano invece la parola “stupidità”. Coglioneria suona forse troppo volgare- me ne perdonerete l’uso e l’abuso-, ma la stupidità non è che un aspetto di una questione molto più complessa. Già definire fisicamente un coglione (“con”) non è facile. Alto, basso, piccolo, grande e grosso, spesso sporco, un meschino quando è al volante, un cognato… ognuno di noi ha una sua opinione in proposito. Lasciando perdere la stronzaggine occasionale a cui tutti andiamo incontro, il libro mette in evidenza la dimensione narcisistica del coglione. Tutto ruota intorno a lui. Presta poca attenzione agli altri, ha un esagerato livello di fiducia in sé stesso. Una persona che incompetente in un campo, avrà in quel campo prestazioni disastrose ma le sopravvaluterà. Al punto da spacciare la sua parola per quella di un esperto. Tutti abbiamo in mente il nome di uno o due coglioni. Per quanto mi riguarda uno di quei nomi è il mio.

 

Marco Schintu

(Ufficio pesi e misure di Aristan)

 

Definire fisicamente un coglione non è facile. Alto, basso, piccolo, grande e grosso, sporco, meschino (da PSICOLOGIA DELLA COGLIONERIA, editoriale di Marco Schintu)

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