QUANDO AGOSTO SEMBRA FINITO


Editoriale del 1 settembre 2019

Dell’estate sull’isola mi stupisce ogni volta la fine apparente e in fondo temporanea, come in stazione le lacrime degli amanti che si separano per pochi giorni, effimere eppure definitive in quell’ultima frase che non c’è più tempo di dire. Mi commuovono la malinconia della pioggia annunciata che quando arriva sembra abbassare le saracinesche sui souvenir sgargianti nelle vetrine spoglie, il rumore delle valigie dei turisti certi di tornare e che il caso non mescolerà più alla stessa gente dello stesso bar all’ora precisa in cui la luce cala sui borghi dimessi e sulle panchine in piazza, sotto il grande fico. Mi commuovono le spiagge che diventano enormi e selvagge e lisce come se mai fossero state calpestate e i saldi dei venditori ambulanti curvi sotto ombrelloni e teli da mare che nessuno ha più voglia di comprare. Il mare immobile e turchese di pochi, che trafigge sentimenti e volontà tagliandoli in linee orizzontali spietate e innaturali, quando fino al giorno prima la posidonia sbrindellava ogni geometria. Quando agosto si spegne in un pomeriggio in temporale e fulmini da sbirciare in punta di piedi sul molo, dove lo stagno piega a sinistra e si arrotola sulla vegetazione, proprio quando i muggini impazzano appena sotto la superficie opaca in mulinelli e guizzi elettrici, come mossi dal magnete delle nuvole. Mi commuove l’estetica bianca e collettiva delle processioni e le promesse ai santi portati in processione sui fondali o di corsa a piedi nudi per chilometri tra asfalto e sterrato, le case basse di paesi dimenticati tutti i giorni tranne uno, le strade polverose buone per girarci un western epico, di quelli di una volta. Anche il fango sulla statale e l’odore di terra bagnata mi sembrano miracolosi e il cane che trotterella incosciente lungo l’asfalto prima di attraversare i campi e fare rientro e vincere una seconda vita. Mi commuovono le risaie allagate dalla natura che se n’è infischiata per mesi, i bambini che saltano nelle pozzanghere con le scarpe immacolate e le madri, se dopo l’esitazuone scoppiano a ridere. Sono solo le prove generali della fine e per questo le trovo commoventi. Perché ciclicamente, da fine agosto fino alla noia, ammettono tra le possibilità il lusso della malinconia di chi sa che nonostante tutto c’è ancora tempo per uno sguardo tardivo, una pagina rimasta sospesa, un’ultima bracciata, ancora un minuto del rumore dei sassi trascinati dalla risacca.

Eva Garau (Precaria di Aristan).


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