RICCHEZZA LESSICALE. A DISPOSIZIONE DI TUTTI


Editoriale del 2 aprile 2021

Un medico ha una terminologia ricca per descrivere il corpo umano. Mentre il paziente dice che gli fa male la pancia o la gola, oppure che “mi fa male qui” se può indicare, come succede per le parti basse, un medico ci chiede precisione, non per nulla ci sono tante specializzazioni.
Un contadino ha un’accuratezza normale pari a quella ricercata di certi scrittori che descrivono la natura. Tolstoi descrive la natura diversamente da Flaubert, e lo chiamiamo stile, la Deledda era abituata a un’accuratezza che ha ripetuto in italiano.
Un pastore ha una dovizia distintiva degli animali sia nella loro singolarità, per età o per colore, che nella loro moltitudine. Per lui sarà importante distinguere tra unu muntone (un mucchio), una paggia (un paio) e un’aghedda (un manipolo). Sino alla particolarità sarda del paio che per noi significa due o tre, nel caso anche quattro. Si sta attenti solo comprando aragoste. Anche in italiano diciamo una dozzina, molti dozzena, che non necessariamente combacia con dodici.
Insomma la lingua si arricchisce di differenziazioni quando c’è bisogno di esse. È l’uso che le determina.
C’è un campo però che tutti pratichiamo, di cui tutti parliamo, su cui fantastichiamo, continuamente, eppure non si verifica lo stesso fenomeno, anzi posso dire di averne osservato l’impoverimento verbale, nonostante se ne sia verificata una facilità d’accesso. Mi riferisco al “fare sesso” e come vedete ho scelto uno dei tanti modi di dirlo. Il vocabolario di mio figlio è ben diverso dal mio e mi rendo conto che è più povero. Sarà perché noi lo vagheggiavamo a lungo prima di poterlo praticare, e quindi lo dicevamo risarcendoci della carenza, mentre loro hanno accorciato i tempi e la sua aspettativa. Sì, ogni tanto sentivamo anche noi di iniziazioni precoci, ma erano casi. Ricordo di uno che disse di avere avuto la prima esperienza a 13 anni e tutti lo invidiarono. Io finsi di non impressionarmi e gli chiesi “E la seconda?” – “A 32”.
Sarà colpa anche qui della globalizzazione ma si sta usando specie per le scritte sui muri “fuck” che li raggruppa tutti, che corrisponde all’italiano scopare, che permette una fantasia di doppi sensi. Come sa chi ha fatto traduzioni dal greco una sfumatura è più giusta o più sbagliata di un’altra. Noi a seconda della predisposizione, del contesto, e dell’incontro potevamo disporre di tanti termini. La famosa supremazia del connotato. Volta a volta potevamo secondo l’estro e il contesto: spirire, scopare, chiavare (che non è il dantesco chiovare), coddai, montare, coprire, copulare, c’era anche chi una donna se la faceva, come se fosse un kit, chi montava o sportivamente saltava, animalescamente ingroppava, la impregnava. Veniva descritto l’atto, il risultato, perché c’è l’atto, l’atto in sé e per sé e la comunicazione di esso. Si usava chiamarlo anche la prova d’amore, e di poetico aveva ben poco, anche se ha favorito i matrimoni in giovane età.

Nino Nonnis (Sa Cavana [la roncola] di Aristan)

“C’è un campo però che tutti pratichiamo, di cui tutti parliamo, su cui fantastichiamo, continuamente, eppure non si verifica lo stesso fenomeno, anzi posso dire di averne osservato l’impoverimento verbale, nonostante se ne sia verificata una facilità d’accesso.”
Da RICCHEZZA LESSICALE. A DISPOSIZIONE DI TUTTI – Editoriale di Nino Nonnis (Sa Cavana [la roncola] di Aristan)

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