RILEGGERE DEL BUONO


Editoriale del 8 ottobre 2019

L’impossibilità di vivere e l’impossibilità di scrivere sono i temi che, per cinquant’anni, caratterizzano l’opera narrativa di Oreste del Buono (1923-2003). L’impossibilità di vivere in modo autentico priva i protagonisti dei suoi romanzi della possibilità di sentirsi liberi. Si comportano tutti come se avessero “una prigione intorno”. “L’ho chiamata con tanti nomi in questi anni: l’ho chiamata guerra, fame o freddo, o inverno. Non so più come chiamarla. Non trovo più nomi adatti ma la prigionia c’è sempre”. L’impossibilità di scrivere ne è diretta conseguenza, perché è impossibile esprimere e comunicare agli altri un’uggia indecifrabile per noi stessi. “Non si può essere sinceri neppure nei pensieri, come si potrebbe essere davvero sinceri nelle parole?” Se si ama qualcuno, non si può dirglielo: “cose simili si dicono solo quando si è sicuri di non pensarle, altrimenti come tradirle con le parole?”. Il narratore, che scrive quasi sempre in prima persona, diventa così uno spietato punitore di se stesso, pronto a sferzare con amara ironia la propria meschina inadeguatezza di fronte alla realtà e l’incapacità di descriverla senza tradirla. Ora che mimimum fax ha finalmente ristampato “Racconto d’inverno”, il suo primo romanzo, datato 1945, da tempo introvabile, possiamo afferrare il nocciolo della narrativa di del Buono e misurare, alla prova della contemporaneità, come sia riuscito ad anticipare il misto di abulia e inquietudine che compone la nevrosi odierna. La storia della sua guerra e dell’anno di prigionia in Germania è caratterizzata da un timbro che già si distacca dalla pura illustrazione neorealista della sofferenza contingente. Ne è una riprova “La parte difficile”(1947), seguito ideale del romanzo d’esordio e considerato da molti il suo capolavoro. Qui Tommaso si chiama Ulisse, che, tornato a casa dalla prigionia, si trova a recitare “una parte scabrosa e noiosa”. Nella Milano del dopoguerra, la promessa della ricostruzione di una società migliore (attraverso un’opaca adesione al PCI) e di una nuova identità personale (tentando penosamente di scrivere o di innamorarsi) si perde in “una vita grama, scialba” e nell’incomunicabilità di parole vuote ed emozioni finte. Sgomento di fronte alla complicata trama che sovrintende ogni nostra azione e sfiduciato nella propria forza di volontà, Ulisse finisce col diventare, per noia e inettitudine, un febbricitante assassino. Insieme abietto e irresponsabile. Che cerca di spiegare a se stesso e a chi legge come e perché sia diventato un mostro. Senza ricorrere a motivazioni psicologiche, ma con la nuda esposizione dei fatti. La letteratura per del Buono diventa così condanna ed espiazione, autodenuncia e prova di innocenza, confessione e redenzione. L’unica verità che essa può testimoniare è l’inutilità di qualsiasi azione o parola. E la grigia apatia dell’io narrante è insieme una colpa imperdonabile e la sola difesa contro la banalità e la menzogna della vita quotidiana. Quanto alla morte, è liquidata con un’alzata di spalle: “Non ci credevo, alla morte, ecco, non mi pareva una cosa seria in assoluto. Era più seria la vita, in confronto. Senza paragoni.”

 

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

https://youtu.be/QnMMUtQ_hNc 

 

L’impossibilità di vivere e l’impossibilità di scrivere sono i temi che, per cinquant’anni, caratterizzano l’opera narrativa di Oreste del Buono (da RILEGGERE DEL BUONO – Editoriale di Fabio Canessa )

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