WHEN IN ROME DO AS THE ROMANS DO


Editoriale del 6 ottobre

Diceva Gramsci dell’inclinazione degli individui a parlare di questioni delle quali ignorano “la topografia ideale e i confini che le limitano”, piuttosto che ritrarsi, consapevoli della propria ignoranza, come farebbe “Tizio”, che, conoscendo solo il dialetto della propria provincia, alla richiesta di tradurre un brano dal cinese, “si meraviglierà prenderà la domanda in ischerzo e, se si insiste, crederà di essere canzonato, si offenderà, e farà ai pugni”. Gramsci non poteva sapere che nell’era dell’avventurismo cinematografico, anche in provincia, si sarebbe tradotto con disinvoltura dal cinese. Cinema indipendente. Il film è in sala da giorni eppure la fila alla biglietteria è da debutto. Momenti di tensione al conteggio delle prenotazioni, sgabelli aggiunti all’ultimo, ansia di chi si sente troppo in fondo nella coda per avere speranza. Io e lo straniero finalmente agguantiamo i nostri tagliandi rosa, domandandoci la causa del fermento. In sala la deriva è da fine dei giorni: posti accaparrati con le giacche, sfide a distanza tra pistoleri pronti a sfoderare falcate possenti e saltare oltre le poltroncine per piazzarsi trionfanti a tre centimetri dallo schermo. All’improvviso capiamo: questa proiezione è in inglese. Torniamo all’ingresso, la folla ci atterrisce. Chiediamo di essere rimborsati e di prenotare per il giorno successivo. La ragione ufficiale? Non avevamo capito che il film sarebbe stato in lingua originale. Una fila di teste incredule si gira nella nostra direzione, celando a malapena lo sdegno. Eh, tutta un’altra cosa guardarlo in inglese! Eh, che peccato non capire, in italiano si perde lo spirito del film! Eh, noi siamo venuti apposta, noi solo in lingua originale! Ci stringiamo nelle spalle. Lo straniero non aggiunge nulla. Io vorrei che prima di andare raccontasse delle 400 pagine del suo libro, degli anni a Oxford Street, dei classici che ci siamo sparati a tutto volume sul divano di casa nella lingua di Shakespeare, della mia giovinezza trascorsa nel Somerset. Che dica almeno che qualche volta sogniamo, persino, in inglese! Ma porca la modestia! Niente, lo straniero ha lo stile di un classico del cinema, un undestatement perenne, e sfila sereno davanti agli increduli. Mentre esco mi scorrono in testa i visi riconosciuti nella penombra. Glieli elenco uno per uno. L’organizzatore del festival di filosofia al quale ho fatto da interprete, l’amica dell’amica che invece di ordinare una coca cola al pub ha chiesto un grande pene (Coke v. cock), il professore che ha insultato involontariamente l’ospite d’onore di un convegno, il cantante dai testi livello pre-intermediate. Ma lui sminuisce con un cenno mentre annusa la prima aria autunnale. É la provincia, bellezza. Funziona come per i cartelli fuori dai ristoranti per turisti. We are aperts on domenics.

 

Eva Garau (Precaria di Aristan)

 

É la provincia, bellezza. Funziona come per i cartelli fuori dai ristoranti per turisti. We are aperts on domenics (da WHEN IN ROME DO AS THE ROMANS DO – Editoriale di Eva Garau)

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