RONZINANTE


Editoriale del 5 giugno 2019

“Il futuro dipende da ciò che si fa oggi” – Mahatma Gandhi

La Fiorentina è passata in mani americane e, ho appreso da fonti attendibili, anche il Genoa finirà a breve nelle mani di un fondo a stelle a strisce. Inoltre da qualche tempo sono sempre più pressanti le voci di una volontà di Aurelio De Laurentis di cedere il Napoli, sempre ad un fondo straniero. Siamo di fronte ad una definitiva fuga dell’imprenditoria italiana dalla Serie A, e ad un’ennesima presa di pezzi di valore economico/industriale dell’Italia. Il dettaglio che risalta, e in modo abbastanza chiaro, è che non ci si trova di fronte a soggetti economici stranieri di prima grandezza, ma piuttosto a imprenditori e fondi di investimento di media importanza (tanto per capire gli ordini di grandezza: il fondo Elliot, padrone del Milan, gestisce asset per 34 miliardi di dollari, mentre un fondo come Blackrock ha 6000 miliardi di dollari di patrimonio). Se si avesse il tempo e la pazienza per analizzare le storie dei nuovi padroni del calcio italiano, ci si accorgerebbe in modo chiaro come si è alla presenza di chi ha l’abitudine a speculare in mercati in difficoltà e deboli a livello strutturale. Lascio ai lettori il provare ad immaginare in che modo e per quali ragioni queste realtà economiche abbiano deciso di mettere gli occhi sul calcio italiano.
“L’Italia è in grave crisi di sistema, non solo economico produttivo, ma anche sociale e culturale”, ha lamentato nei giorni scorsi il filosofo Massimo Cacciari, denunciando con vigore la totale mancanza, dal 1989 in poi, di una qualsiasi visione della classe dirigente italiana, nella quale il filosofo veneto ha ascritto anche gli intellettuali, per il futuro dell’Italia. Se non si decide di intervenire, ha proseguito Cacciari, il declino presto assumerà il carattere dell’inarrestabile. “Primum vivere deinde philosophari” (prima si pensi a vivere, poi a fare della filosofia) potrebbe rispondere qualcuno a Cacciari, sottolineando come la battaglia delle idee, in una situazione di emergenza economica e sociale, sia del tutto inutile, se non addirittura dannosa. Precedenza al pensare alla soddisfazione dei primari bisogni materiali, se si tratta delle famiglie, o precedenza alla prossima campagna acquisti, se si tratta dei tifosi. Non si può chiedere, secondo questo qualcuno, alle persone di focalizzarsi sulla visione d’insieme, quando si fatica terribilmente sulle questioni personali. Quindi a nessuno preoccupa se presto, del salotto buono della classe imprenditoriale italiana, rimarrà solo Urbano Cairo (a proposito: presto sarà necessario proteggerlo come i panda in via d’estinzione). Meglio focalizzare i nostri pensieri sulla costruzione (assai necessaria, per carità) degli stadi di proprietà per tutti i principali club italiani, e possibilmente anche per quelli della Serie B. In questi ultimi anni si sono scritti fiumi d’inchiostro su come il gap della Serie A rispetto alla Premier o alla Liga dipenda soprattutto dall’importante anello mancante dello stadio di proprietà. Sembra quasi che la causa principale di essersi ridotti, in Italia, a retrovia economica del calcio continentale sia proprio il giocare in stadi presi a nolo. E la prosa di questi giornalisti descrittori entusiasti delle proprietà benefiche di uno stadio detenuto come patrimonio di una società appare così convincente e persuasiva, nell’aver risolto nella magica sintesi “costruiamo di corsa uno stadio nostro” il desiderio di trovare la panacea di tutti i mali che attanagliano il calcio. Al Milan che non riesce ad avere risultati degni della sua storia, altri fiumi d’inchiostro sono stati dedicati. Ricordo che quando Paolo Maldini, in pieno caos societario e di risultati sportivi, fu assunto come dirigente della società rossonera, questi fiumi d’inchiostro declinarono verso un unico estuario: il Milan ai milanisti! Questo declinare, a me personalmente, mi ha ricordato un’espressione utilizzata nel “Don Chisciotte”, e precisamente nel “dialogo tra Babieca e Ronzinante”. Il cavallo eroico e magnifico del Cid Campeador osserva: “sei metafisico”. E Ronzinante, l’ossuto cavallo di Don Chisciotte, risponde: “no, è che non mangio”. Ecco, la realtà spesso è il risultato di come la si guarda. Ed è quasi banale affermarlo. Nel mio guardare, probabilmente molto limitato, quel “Milan ai milanisti” aveva tutti i caratteri del cavallo del Cid Campeador, che rimanda alla speculazione metafisica tutti i problemi evidenti del povero Ronzinante. Il quale se oggi fosse qui ad osservare il calcio italiano, probabilmente formulerebbe una semplice e pragmatica domanda: costruire uno stadio di proprietà per farne cosa? Badate, a tale domanda non si può dare una superficiale risposta, dettata dall’istinto, dall’indignazione e dal facile entusiasmo. Forse sarebbe opportuno provare a darsi una qualche spiegazione sul perché imprenditori abili e ricchi come i Della Valle, si stiano dando alla fuga dalla Fiorentina. Potrebbe succedere, nel tentativo di spiegare ciò, di scoprire delle analogie con Inghilterra e Francia, dove la fuga dei ricchi imprenditori dal calcio è cominciata ancora prima che in Italia. A vederla dal mio punto di osservazione il calcio europeo, una sorta di via di mezzo tra la metafisica e la rappresentazione culturale, è finito nelle mani di cinesi, americani e arabi. Cioè è finito nelle mani di coloro che hanno ancora una loro visione del mondo e vogliono cercare di imporla. E a loro, come è del tutto evidente, abbiamo abdicato ogni nostra idealità sportiva ed identitaria. Noi europei ci siamo rinchiusi nel fortino dei nostri piccoli interessi individuali, alzando un ponte levatoio fra noi e il senso che ogni vita dovrebbe avere. Ecco perché un giorno abbiamo pensato che affidare tutti i nostri orizzonti progettuali e culturali ad una moneta senza padre e madre, l’euro, potesse essere inopinatamente una buona e grande idea. La classe dirigente europea prefigurò l’euro come il mezzo ideale per costringere le genti del Vecchio Continente a trovare un’idea e uno scopo comune. Ed esattamente come ora la vulgata del giornalismo e della classe dirigente sportiva vede lo stadio di proprietà come la risoluzione alle evidenti problematiche stringenti del calcio contemporaneo, ieri la classe dirigente europea vide nella moneta lo strumento possibile per costringere i popoli europei a “fare” insieme. Già, ma per fare cosa? Se qualcuno pensa che qualche attività commerciale (ristoranti,bar, rivendite di merchandising, ecc…) siano la via per aumentare il fatturato necessario per allestire una grande squadra, allora sta cadendo nella stessa trappola di chi ritenne l’euro il cammello che sarebbe finalmente riuscito ad entrare nella cruna dell’ago delle differenze europee, amalgamandole. I club inglesi da sempre hanno i loro stadi di proprietà, ma non è da sempre che il calcio inglese ha la predominanza economica detenuta oggi sulle altre leghe. Qualcuno davvero ritiene che un eventuale Ponte sullo Stretto di Messina sarebbe importante solo per attraversare una striscia d’acqua? Chi ritiene il ponte sullo stretto un semplice banale calcolo di costi e ricavi economici, nulla ha compreso dell’esistere. Quindi forse, prima di fare a prescindere, bisognerebbe pensare. E pensando si potrebbe scorgere che le tre uniche grandi realtà sportive continentali non finite in mano arabe, cinesi o americane sono quelle dove i tifosi sono azionisti e soci del club di riferimento. Stiamo parlando di Real Madrid, Barcellona e Bayern di Monaco. Nella totale resa incondizionata della ricca classe imprenditoriale europea, solo i club in mano ai tifosi hanno resistito allo tsunami “cinoamericano arabo” abbattutesi sulle nostre povere teste di europei. La storia di questi tre grandi club sta lì a dimostrare l’importanza primaria di come si fanno le cose, ed ecco perché oggi questi sono stati in grado di salvare la propria identità e la propria indipendenza. La nostra classe imprenditoriale, scappando dal calcio, ha dimostrato, anche attraverso lo sport identitario per eccellenza, di non avere più una visione per il futuro di una società e di una cultura che pure li ha resi ricchi e abbondanti nei privilegi. Ha ceduto la nostra indipendenza culturale e la nostra capacità di inventare sogni al peggior offerente. Non sarà uno stadio di proprietà messo su senza un’idea di futuro, a salvarci dalla nostra condizione di nuovi “Ronzinanti” di don chisciottiana memoria. La classe dirigente italiana, in primo luogo quella politica, dovrebbe imparare una salvifica lezione dall’emozione popolare vissuta a Torino e a Roma per gli addii di Daniele De Rossi ed Emiliano Moretti. In quelle emozioni provate dalla gente semplice, si possono trovare tutte le idee e le spiegazioni per il mondo del futuro. Sempre se ci teniamo a questo futuro. Per quanto mi riguarda quelle splendide manifestazioni d’amore dei tifosi granata e giallorossi, mi hanno ricordato una vecchia fotografia di David Beckam intento nel classico movimento preparatorio ad uno dei suoi “cross” leggendari. Sullo sfondo della foto, una marea di tifosi vestiti di “Rosso United” ad osservare rapiti quel gesto tecnico, che rimarrà per sempre stampato nella loro memoria. La memoria… i miei sogni, i vostri sogni, i sogni di chi verrà. Che meraviglia.

Di Anthony Weatherill
(ha collaborato Carmelo Pennisi)

“Questo declinare mi ha ricordato un’espressione utilizzata nel “Don Chisciotte”, e precisamente nel “dialogo tra Babieca e Ronzinante”. Il cavallo eroico e magnifico del Cid Campeador osserva: “sei metafisico”. E Ronzinante, l’ossuto cavallo di Don Chisciotte, risponde: “no, è che non mangio”. Da RONZINANTE Editoriale di Di Anthony Weatherill (con la collaborazione di Carmelo Pennisi)

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