THE RUMBLE IN THE JUNGLE


Editoriale del 27 ottobre 2014

Giovedì 30 saranno quarant’anni di “Rumble in the jungle”, la rissa (ma anche il “rimbombo”, NDT rilevante visto il contesto che agli dei piacendo emergerà dall’editoriale) nella giungla, il match per il titolo mondiale dei pesi massimi che vide opporsi George Foreman e Mohammed Alì a Kinshasa, Zaire, oggi, dopo diverse vicissitudini e guerre e una dozzina di colpi di stato mai realmente conchiusi, Repubblica Democratica del Congo. Parliamo del match più importante nella storia della boxe. Parliamo anche della sua stella più luminosa, Alì, soltanto qualche settimana fa costretto all’ignominia del selfie su Twitter per smentire le voci circolanti sul suo decesso. Costretto al silenzio dal Parkinson è ritratto insieme a moglie e figlia, gli occhi geniali che sfidano il vuoto della chiacchiera universale, la biblioteca provinciale che oggi riempie il nostro tempo di spazzatura. Ma dicevo del match. Nel 1974 il detentore del titolo era Foreman, che aveva steso Frazer, a sua volta asfaltatore di Alì. Il fu Cassius Clay era stato lontano dalle sedici corde per renitenza alla leva che lo avrebbe reso un pupazzo propagandistico nella sanguinosa e fallimentare guerra in Vietnam. Sono celebri le sue apostrofi al giudice e “i vietcong non mi hanno mai chiamato negro” e Alì sai dov’è il Vietnam e lui “Sì, In TV”, solo un briciolo dell’aneddotica prodotta da questo meraviglioso libertario della gente e per la gente. Lo scherzetto gli costò caro, quattro anni di boicottaggio dalla federazione mentre i suoi avvocati cercavano di cavarlo d’impiccio. A Kinshasa aveva 33 anni, contro i 24 del demolitore Foreman. A metterli insieme promettendo una borsa inesistente fu Don King, pappone della boxe in erba. Erano tempi di decolonizzazione ultimata e l’Africa guardava se stessa libera e senza troppe idee di cosa questa libertà significasse. A Kinshasa significava Mobutu, un terribile dittatore sanguinario. Ma Alì era stato amico di Malcom X e da sempre s’era battuto per i diritti dei neri americani. Insomma lo Zaire sudato di febbri e miseria era il palcoscenico perfetto. Gli zairesi pensavano che Foreman fosse bianco tanto se ne fottevano. Per Alì fu un trionfo, “Alì bumaye!”, “Alì uccidilo!” divenne presto il coro di una nazione durante le estenuanti cinque settimane di attesa causate da un taglio all’arcata sopraccigliare rimediata da Foreman durante lo sparring, se non ricordo male. Alì correva e si allenava fra la gente. Avrebbe danzato come una farfalla e punto come un’ape come sempre, promise alla stampa e ai suoi stessi allenatori. Invece i 10 anni di divario non lo permettevano e lui lo sapeva benissimo. Sul tappeto della notte d’incubo africana provocò il bufalo Foreman con insoliti jab destri nei primi round, facendolo infuriare e guidandolo verso otto riprese di sventole poderose, che Alì assorbiva attaccato alle corde. Alla fine dell’ottavo round un Foreman stremato crollava sotto i colpi fulminanti di un Alì emerso dal baratro illusorio. Era la più folle e vincente pianificazione strategica nella storia della boxe. Foreman non si riprese mai dalla sconfitta. Si allontanò dal ring per riprendere da vecchio in seguito a una crisi mistica che lo consegnò alla fede dei cristiani. Avrebbe riottenuto il titolo a 45 anni suonati, lento, monumentale e invincibile. Alì rimase fedele all’Islam sposato durante l’esilio e spense la carriera con sconfitte e cazzotti che accelerarono l’avvento della malattia. È un editoriale insolitamente lungo e me ne scuso. Uno sputo rispetto a ciò che sarebbe necessario spiegare di una vetta dello sport e dell’epica. Pertanto rimando a “La Sfida” (Einaudi) del romanziere ex-beat Norman Mailer, che si trovava là a Kinshasa, al magnifico documentario “Quando eravamo re” e, se proprio volete appartenere alla tribù segaiola di Twitter ad “Alì”, il film di Michael Mann. Rumble in the jungle…rissa, rimbombo…capita?!

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

Quando eravamo re, film documentario diretto dal regista Leon Gast.

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