Salmo 157 TERTIUM DATUR


Editoriale del 6 ottobre 2018

Che faccio: cito l’antico detto: «Summum ius, summa iniuria»? o l’altrettanto antico «dura lex, sed lex»?  Sembra che Socrate abbia pronunciato il secondo detto come risposta a un amico che gli dava la possibilità di fuggire dalla prigione dove aspettava l’esecuzione della condanna a morte. Per una curiosa quasi coincidenza, sembra anche che questo secondo “brocardo” sia nato quando per la liberazione degli schiavi si passava da consuetudini tradizionali, tramandate a voce, a norme scritte, stese a impedire ogni genere di abusi. Il primo detto, poi, nella forma più antica risalente al poeta Terenzio, suona «Ius summum saepe summa est malitia – Somma giustizia spesso è somma malizia». E ricordo anni fa un sindaco, indagato, che mi riferiva la frase di un giudice che, più o meno, affermava sempre possibile trovare una qualche legge per accusare di una qualche irregolarità qualsiasi amministratore pubblico. Non è mio interesse in questi “salmi” distribuire ragioni o torti (qualcuno forse ha capito così per l’ultimo salmo?). «Nihil sub sole novi», niente è nuovo nelle vicende umane, per continuare con i detti, e così, di fronte a un dilemma, mi interrogo dove sia la via “vivibile”. Da un punto di vista semplicemente di metodo, suppongo, senza scomodare troppo Lévi-Strauss, dal punto di vista antropologico, o Greimas, dal punto di vista linguistico, che ogni dilemma è un falso problema che ne nasconde uno vero: il tertium datur, appunto, per finire così con i proverbi. Solo che il tertium è comodo trovarlo solo nel proverbio. Più scomodo trovarlo nella vita.

 

E nella Bibbia mi ricordo di un detto,

nostro o tuo, Signore? (forse dilemma?),

che mai fanno ascoltare in chiesa,

e a chi vuol leggerlo sovente traducono male.

Ma dice:
«Non essere troppo giusto
e non mostrarti saggio oltre misura:
perché vuoi rovinarti?
Non essere troppo malvagio
e non essere folle.
Perché vuoi morire prima del tempo?
(Qohelet 7,16-17)

 

Antonio Pinna

Salmista ad Aristan

 

«dura lex, sed lex»?  Sembra che Socrate abbia pronunciato il secondo detto come risposta a un amico che gli dava la possibilità di fuggire dalla prigione dove aspettava l’esecuzione della condanna a morte. (da Salmo 157 TERTIUM DATUR – Editoriale di Antonio Pinna)

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