Salmo 161 LUPUS, LUPIOR, LUPISSIMUS. MA IL LUPO CHI È?


Editoriale del 3 novembre 2018

«Homo homini lupus»: complice gli studi scolastici della filosofia, Hobbes ha acquisito i diritti d’autore di questo che era un antico proverbio. Compreso poi nel senso più pessimista, il proverbio stesso trova la forma più sarcastica nella battuta di ambito ecclesiastico medioevale: «homo homini lupus, foemina foeminae lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus», l’uomo è lupo per l’uomo, la donna è ancora più lupo per la donna, il prete è più lupo di tutti per il prete. Non commento. Solo di passaggio noto quanto sia facile invertire le parti per chi, fra le persone cosiddette religiose, si sente “mandato come agnello in mezzo a lupi».

Tuttavia, la verità dei proverbi, e della loro interpretazione, diventa facilmente una verità ideologica, così che a un proverbio se ne può sempre opporre uno contrario. Proprio Hobbes, immediatamente prima del proverbio che lo ha reso popolare, ne cita un altro che egli ritiene altrettanto vero: «homo homini deus». Si tratta forse di due proverbi contrari, di due concezioni opposte sull’uomo, una pessimista e l’altra ottimista? Forse no. Il secondo proverbio, in un’antica attestazione latina, continuava: «homo homini deus, si suum officium sciat», l’uomo è dio all’uomo, se è consapevole del suo dovere, se conosce se stesso. La conoscenza, dunque.
Di fatto, anche nel testo di Plauto, che per primo allude al proverbio del lupo, la conoscenza giocava un ruolo dirimente. Si tratta di un dialogo in cui due amici, Leonida e Libano, tentano di farsi dare un prestito da un mercante. I toni si scaldano e si arriva agli insulti, quando a un certo punto uno dei due questuanti, Leonida, risponde al mercante di essere un uomo come lui. Il mercante accetta l’osservazione sulla comune umanità, ma, di fronte alla ripresa di Leonida, che pensa di approfittare del passo avanti, egli torna in difesa del proprio rifiuto di prestare aiuto, alludendo appunto al proverbio: «lupus est homo homini non homo, quom qualis sit non novit».
Ora se noi traduciamo letteralmente: «lupo, e non uomo, è l’uomo all’uomo, quando/il quale non conosce quale sia», appare, in ogni caso, una cosa certa: è il “non conoscere” che nel proverbio antico rende “lupi” gli uomini, come, in modo simmetrico (e non contrario!), è la “conoscenza” di sé, e dunque dell’altro, che fa diventare gli uomini “dèi” gli uni per gli altri.
Ma, appunto, in ogni caso. Perché, a guardare bene, i casi sono due, con una differenza significativa per i nostri giorni. Perché se il termine antico «quom» lo intendete, come di fatto è stato inteso, come un pronome relativo, l’uomo che non conosce, e quindi lupo, è quello che chiede; ma, se più correttamente, quel “quom” viene inteso come un avverbio di tempo, cioè “cum=quando”, allora il “lupo” è colui che non conosce chi chiede. Ed è questo nel contesto il senso, poiché Leonida, il richiedente, intravede per il mercante una possibile via di conoscenza e risponde: «Nunc secunda mihi facis: Adesso, stai dalla mia parte». Chi dice che la filologia è una “scienza” neutra?

E mi ricordo, Signore, quel giorno
che anche tu hai perso la pazienza,
parlando con chi giudicava sempre e in fretta:
«Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio
e allora ci vedrai bene
per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Antonio Pinna
Salmista ad Aristan


noto quanto sia facile invertire le parti per chi, fra le persone cosiddette religiose, si sente “mandato come agnello in mezzo a lupi (da Salmo 161 LUPUS, LUPIOR, LUPISSIMUS. MA IL LUPO CHI È?, editoriale di Antono Pinna)

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