SALMO 187, SE UNA GINESTRA SI RASSOMIGLIA A UN ASINO, ALLORA…


Editoriale del 4 maggio 2019

1. Rider indiano, a lavoro per pagarsi gli studi alla Sapienza, aggredito con sassi e uova. Disabile aggredito a bordo campo in un paese del centro Sardegna. Ambulante senegalese picchiata a Bosa con il figlio adolescente. Episodi di violenza a sfondo razzista o discriminatorio ripropongono domande che sembravano superate.

2. Il Jerusalem Post, mentre scrivo (2 maggio), cioè nei giorni pasquali che per gli ebrei sono per eccellenza i “giorni della memoria”, pubblica i risultati di una inchiesta, in cui il 58% degli austriaci crede che la Shoà o qualcosa di simile possa ripetersi in un qualche paese europeo. Nel medesimo tempo, richiesti di nominare un campo di concentramento di cui avevano sentito parlare, il 42% degli austriaci non si è ricordato del campo austriaco di Mauthausen, una decina di km a est di Linz, in Austria. Il 56% degli intervistati non sapeva niente dei sei milioni di ebrei scomparsi. In un tempo in cui, oltre la presenza di negazionisti, cresce anche il numero dei cosiddetti “terrapiattisti” («son salito a 400 metri e l’orizzonte era ancora dritto»), non mi sembra sia semplicemente questione di istruzione e di informazione. Di che cosa allora sarà questione?

3. Da poco, in questi editoriali, è stato citato Leopardi e il suo canto per «La Ginestra», e in questi stessi giorni mi è capitato di vedere e discutere il film di Bresson «Au hasard Balthazar», la storia di un asino che passa di padrone in padrone e che a qualcuno è sembrata metafora della storia di Gesù. Canto e film di un pessimismo senza via di salvezza, a meno che…
A meno che vedere nel canto stesso del poeta, o nel film del regista, come nella profezia del “servo innocente”, «l’ultimo orizzonte», non escluso questa volta da nessuna siepe, della testimonianza anch’essa innocente della «odorata ginestra, contenta dei deserti» e «Che di selve odorate / Queste campagne dispogliate adorni». Anche la ginestra alla fine, come l’asino Balthazar, soccomberà: «E piegherai / Sotto il fascio mortal non renitente / Il tuo capo innocente», ma senza averlo mai prima piegato inutilmente e vigliaccamente dinanzi a chi l’avrebbe schiacciata, e nemmeno «eretto / Con forsennato orgoglio inver le stelle», diventando quindi emblema di dignità e insieme di umiltà, di resistenza e di consolazione, e, a pronunciare infine la parola, di salvezza. Perché resta il canto del poeta e la visione del regista a farne, come in una liturgia cristiana, “memoria”.

E mi accorgo, Signore, che,
pur dimenticate dalle antologie scolastiche,
il poeta aveva messo, in esergo al suo canto,
il versetto evangelico:
«E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce»
(Giovanni, III, 19).

Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

in questi stessi giorni mi è capitato di vedere e discutere il film di Bresson «Au hasard Balthazar», la storia di un asino che passa di padrone in padrone e che a qualcuno è sembrata metafora della storia di Gesù (da SALMO 187 – SE UNA GINESTRA SI RASSOMIGLIA A UN ASINO, ALLORA… – Di Antonio Pinna)

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