SALMO 194 L’ILLUSIONE DELLA CONOSCENZA?


Editoriale del 22 giugno 2019

1) Agli esami di maturità, la traccia che ha avuto maggiori preferenze è stata quella argomentativa a partire da un estratto di «L’illusione della conoscenza», una pubblicazione fresca di stampa (2018) di due esperti di Scienze cognitive, Steven Sloman e Philip Fernbach. L’estratto forse orientava più sulla riflessione di partenza degli autori (la capacità dell’uomo di trasformare in catastrofe anche una scoperta in sé geniale), che sulla conclusione generale del libro, ben espressa dal sottotitolo «Perché non pensiamo mai da soli»: per gli autori cognitivi «la conoscenza reale è possibile solo quando si abbandona la mentalità individuale e si pensa come collettivo, perseguendo il bene comune».
2) Sarà un caso che la riflessione “genetica” degli antichi credenti biblici parta esattamente dal medesimo tema, quello della conoscenza, e, di più, della “conoscenza del bene e del male”? Tutti quanti abbiamo imparato ad apprezzare (e mandare a memoria!) il famoso verso di Dante: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza». Ebbene, la bibbia diceva qualcosa di più coraggioso e profondo: l’uomo si rassomiglia a Dio non perché vive sempre, ma perché conosce, nel medesimo tempo, “il bene e il male” delle cose, anche e soprattutto le più sante.
Si legga finalmente il “racconto del giardino” come racconto mitico (che serve cioè a risolvere un dilemma esistenziale), e si noterà come all’inizio si dice che l’uomo e la donna erano nudi e non ne provano vergogna, e anzi la nudità è figura che conferma l’esito positivo della ricerca di un “aiuto alla pari” (nel “racconto della costola”). Al contrario, dopo aver mangiato dell’albero della conoscenza “del bene e del male”, la stessa nudità è diventata motivo di vergogna e di nascondimento. Così, la medesima figura che esprimeva la massima unità arriva ad esprimere anche la massima distanza. Bene e male, insieme.
3) Per questo, il racconto del giardino non è un racconto di “caduta originale”, ma di “salita essenziale” verso Dio, perché la conoscenza divina “di bene e male” diventa anche difficile e arduo compito di conoscenza umana. È così che Giobbe, nella sua protesta, dovrà imparare quello sguardo divino, universale e inclusivo, di “bene e male”, che apparentemente solo quel Dio biblico può facilmente, perché misericordiosamente, permettersi.

A me sembra, Signore, che il cerchio si chiude,
o forse si apre:
per altra via, gli antichi credenti,
senza essere scienziati cognitivi,
avevano capito che una conoscenza reale è possibile
solo se non è una conoscenza che esclude,
ma una conoscenza che include,
bene e male, notte e giorno,
luce e tenebra.
Che libertà, Signore,
nei tuoi antichi racconti,
ora forse anch’essi prigionieri
di illusorie conoscenze.

Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

Si legga finalmente il “racconto del giardino” come racconto mitico (che serve cioè a risolvere un dilemma esistenziale), e si noterà come all’inizio si dice che l’uomo e la donna erano nudi e non ne provano vergogna, e anzi la nudità è figura che conferma l’esito positivo della ricerca di un “aiuto alla pari” (nel “racconto della costola”).

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