SALMO 240 OSTIARIO. CHI ERA COSTUI?


Editoriale del 9 maggio 2020

Andiamo per gradi. Sento e vedo “prelati” soddisfatti e mascherati che dicono di mettere al primo posto la salute della gente, dopo aver ottenuto esattamente ciò che la mette in pericolo. Con tono tutto sommato compiaciuto, dicono anche che hanno sofferto per crisi di astinenza liturgica coatta o semivolontaria. Delle sofferenze di questo periodo ho creduto solo a quelle che non venivano sbandierate con tono compunto e formule devote. C’è chi ha sofferto davvero per gli altri, “fino alla fine”, fino all’ultimo e segreto respiro. Il silenzio preserva da ogni ipocrisia.

Per non aggiungere cattiverie, mi rifugio nella linguistica, visto che, di nuovo grazie allo Stato, forse la chiesa sarà costretta a reinventare un ministero di fatto, dopo che aveva abolito quello di diritto. Infatti, il “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo”, al n. 1.3 dice: «L’accesso alla chiesa, in questa fase di transizione, resta contingentato e regolato da volontari e/o collaboratori che – indossando adeguati dispositivi di protezione individuale, guanti monouso e un evidente segno di riconoscimento – favoriscono l’accesso e l’uscita e vigilano sul numero massimo di presenze consentite». Ciò che per lo Stato è oggi un semplice controllo di contingentamento, nella Chiesa un tempo era un “servizio di accoglienza”. Sant’Agostino, a inizio e fine delle sue celebrazioni, sostava, vescovo, alla porta per salutare chi arrivava e chi partiva, scambiare le ultime notizie, condividere parole di gioia e di speranza (altro che uscire da porte secondarie per non incontrare la gente e fare in tempo ad andare a dire altra messa da altra parte…).  Questo servizio era diventato anche un “ministero”, e chi lo esercitava veniva chiamato “ostiario” (dal latino “ostium”, porta).

Il Vocabolario della Crusca (1838) per “ostiario” diceva: «Il primo degli ordini minori; che si dice più comunemente Ostiariato, e per cui il chierico ha facoltà di chiudere la porta della chiesa agl’indegni».  Il Treccani 1989 (in 5 volumi), dando un’occhiata alla Crusca, diceva: «Nella Chiesa cattolica preconciliare, il chierico che aveva ricevuto l’ostiariato, ed era investito di compiti quali quello di aprire e chiudere la porta della chiesa, custodirla, impedirne l’accesso agli indegni e suonare le campane (compiti oggi passati di fatto ai sagrestani)». Per la voce “ostiariato” aveva appena detto: «Nella Chiesa cattolica, il primo degli ordini minori (oggi soppresso), che conducevano al sacerdozio». Dalle definizioni dei dizionari, significative anche per le loro imprecisioni, viene da chiedersi che comunità era diventata nel mentre una chiesa che aveva ridotto il servizio di accoglienza a quello di un “buttafuori”, soppresso giustamente come superfluo, perché ormai a buttar fuori ci pensavano altri più altolocati di un umile “ostiario”, e ad “accogliere” chi veniva in chiesa non ci pensava più nessuno. Il gesto “finto” che costituiva il segno della “istituzione” di uno a “ostiario” (sempre maschio, perché poi diventava anche prete) era quello di andare accompagnato da un cerimoniere a muovere una porta già aperta: rubriche a trionfo di finzioni senza vita.

Eppure, Signore, un umile servizio, alla porta,
mi ricorda oggi l’antico salmo del pellegrino,
che arrivava a Gerusalemme e da lì ripartiva:
«Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre». (Salmo 121)

 

Antonio Pinna
Salmista ad Aristan

 

Ciò che per lo Stato è oggi un semplice controllo di contingentamento, nella Chiesa un tempo era un “servizio di accoglienza”. Sant’Agostino, a inizio e fine delle sue celebrazioni, sostava, vescovo, alla porta per salutare chi arrivava e chi partiva, scambiare le ultime notizie, condividere parole di gioia e di speranza (da SALMO 240 OSTIARIO. CHI ERA COSTUI? – Editoriale di Antonio Pinna)

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