Salmo 267 TRA NEGAZIONISTI E NEGATIVISMO, QUALE AMEN?


Editoriale del 14 novembre 2020

Negazionisti? Ce ne sono di ogni tipo: da chi nega che la terra sia tonda a chi nega l’esistenza dell’attuale pandemia. Significativo: non è mai chiamato negazionista chi nega l’esistenza di Dio. I termini “negazionismo-negazionisti” sembrano riservati a chi nega un fatto evidente o una verità scientifica assodata. L’unico termine polirematico a mancare è quello di “negazionisti dei negazionisti”. Ma, se non posso negare l’esistenza dei negazionisti, tuttavia non finisco di chiedermi come sia possibile diventarlo.
Ho cominciato ad affrontare la domanda nel modo più neutro, dal punto di vista linguistico. Da qui, una curiosità sul verbo “negare”. Qualsiasi dizionario avete a casa, se recente, posso anche scommettere che il primo significato che trovate è quello astratto di «rifiutare come vero». Gli unici dizionari in cui per ora ho trovato il riferimento al significato concreto di «rifiutare ciò che potrebbe o dovrebbe essere dato» sono quello della Treccani, nelle due edizioni del 1998 e poi del 1999, ma è sempre al secondo posto, e quello del “grande” Battaglia (1981, diciassette anni prima!) che lo mette al primo posto.
Quando invece ho dato una scorsa alla concordanza della traduzione italiana della bibbia (Cei 1971) ho trovato che su 19 occorrenze del verbo, ben 15, e tutte antiche, indicano sempre il significato concreto di «rifiutare di dare o concedere qualcosa a qualcuno», mentre le rimanenti quattro occorrenze con significato astratto sono più recenti, del Nuovo Testamento. Ma anche per queste ultime, il verbo sottostante nel greco viene detto avere «un valore più affettivo» rispetto al semplice “non dire” (Chantraine, Dictionnaire Étimologique…).
Una conclusione: nella evoluzione linguistica sembra che il verbo “negare” solo in tempi più recenti passa a un senso astratto, a partire dal senso  concreto di “negare una relazione rifiutando di dare” (e perciò chiamato “valore affettivo”). Se la linguistica ha valenza antropologica, l’ipotesi può essere fatta che negare una verità derivi in realtà da negare una relazione.
È significativo, perciò, che in un dizionario più antico, dove manca il termine “negazionismo”, trovo invece il termine “negativismo”, e così definito: «Manifestazione patologica specialmente infantile, in psicologia altrimenti detta “Comportamento negativo”, consistente nel Rifiuto (sic! con la maiuscola!) di eseguire ordini, di obbedire a qualsiasi stimolo interessante i rapporti con gli individui. Si tratta di una forma di resistenza e ostilità all’ambiente connessa ad altre manifestazioni psicopatiche, da non confondere con la naturale timidezza di bambini e di adulti» (Dizionario Italiano Ragionato, 1988). Sarà un caso, mi chiedo a questo punto, che i negazionisti della pandemia parlino di complottismo e di deriva autoritaria?
«Négati semper».
Nella cultura sarda, qualcuno ha detto,
questo sia stato, un principio di sopravvivenza,
in tempi in cui era frequente non morire di vecchiaia.
Tempi di difesa mai passati, a quanto pare.
Ma allora, Signore, che tempi di non sospetto avevi inaugurato?
Eppure, Paolo, proprio di fronte ai sospetti dei Corinzi,
ha potuto affermare la sua sincerità e dire che
tutte le promesse di Dio
sono divenute ‘”sì” in Gesù Cristo» (2Corinzi 10,20).
Come il suo, il nostro “Amen” salga a te
nelle contraddizioni.
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

“Una conclusione: nella evoluzione linguistica sembra che il verbo “negare” solo in tempi più recenti passa a un senso astratto, a partire dal senso  concreto di “negare una relazione rifiutando di dare” (e perciò chiamato “valore affettivo”).”
Da Salmo 267 – TRA NEGAZIONISTI E NEGATIVISMO, QUALE AMEN? – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

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