Salmo 286 FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI


Editoriale del 27 marzo 2021

Fatti non foste a viver come bruti. Sarò troppo ottimista a pensare che tutti in Italia sanno proseguire questo verso tra i più noti di Dante. Primo Levi dice che si è salvato dall’abbrutimento del campo di concentramento nazista ricordando questo verso e cercando di spiegarlo a un suo compagno francese di prigionia. Già qualche anno prima, Il poeta russo Osip Mandel’štam, deportato per attività antisovietica nel gulag vicino a Vladivostok, la sera traduceva Dante per i suoi compagni di sterminio. Dai frutti, dunque, si riconosce l’albero.
Eppure, mi ricordo di un altro albero non così fortunato come quello di Dante: l’albero altrettanto noto quanto mal capito del bene e del male che, all’inizio della Bibbia, non si ferma alla “virtude e conoscenza” che preserva gli umani dall’abbrutimento, ma va oltre, affermando che l’uomo si assomiglia a Dio perché, anche se sfortunatamente, conosce il bene e il male di ogni cosa. Il racconto del giardino inizia con la nudità come immagine della perfetta intesa fra l’uomo e la donna e termina con la stessa nudità che invece è anche ostacolo e vergogna. Conoscenza, appunto, di bene e di male, che l’adamo mette a frutto subito, così che quando, nel racconto, si sente dire da Dio: «Polvere tu sei e polvere tornerai» (da notare di passaggio che la morte non è messa in relazione con l’albero del bene e del male, ma con la “adamàh”, la terra da cui è stato tratto) si rivolge alla sua donna e in quel momento le dà proprio il nome di “Eva”, Viviana o Vitalia, «perché madre di tutti i viventi»: risposta al male con il bene. E del resto, subito dopo, lo stesso personaggio Dio afferma: «Ora che l’uomo è diventato come uno di noi per la conoscenza del bene e del male…». Chissà perché a questo punto tra i credenti cattolici soprattutto (non tra gli ebrei) si è diffusa l’idea che qui il personaggio Dio faccia della macabra ironia, quando invece lui la sua frase la prende tanto sul serio che decide di togliere l’uomo dall’occasione di mangiare anche dell’albero della vita, un albero ben conosciuto nella letteratura “classica” del tempo, cioè quella “vitamina”, che mangiata giorno per giorno, lo avrebbe fatto vivere, appunto, di giorno in giorno.
La difficile, complessa e contraddittoria conoscenza, “divina” appunto, di un valore e del suo contrario, non ha avuto il medesimo successo della conoscenza dell’Ulisse dantesco, anzi, è stata tacciata di peccato di “superbia” da parte dell’adamo accusato, dai credenti, di voler “decidere” lui ciò che è bene e ciò che è male. Alla faccia dell’evidenza che il racconto parla della conoscenza inevitabile di bene e di male (realtà del resto descritta, dopo la nudità, attraverso i cosiddetti “castighi”) e non di decidere ciò che è bene e ciò che è male, perché il bene e il male fanno già parte della vita e non c’è bisogno di inventarli, ma solo di trovare un modo di conviverci.

E tu, Signore, il misericordioso,
che hai fatto ai primi nudi
un vestito di pelle al posto di foglie di fico,
come fai a sopportare chi inutili foglie di fico
continua a mettere su ogni nudità?
Hai ragione, dimenticavo che saper mettere insieme bene e male
è conoscenza divina, ma non di chi si prende per dio.
E di nuovo il Dantedì ricorda:
«Chi troppo in alto sale sovente cade
[abbrutendosi]
precipitevolissimevolmente».

Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

“Fatti non foste a viver come bruti. Sarò troppo ottimista a pensare che tutti in Italia sanno proseguire questo verso tra i più noti di Dante.” – Da FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

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