Salmo 304 SA PARADURA


Editoriale del 31 luglio 2021

Questa parola sarda oggi è conosciuta in tutta Italia. Qualche anno fa era dimenticata anche in Sardegna. A farla conoscere a livello nazionale sono state alcune iniziative di solidarietà con cui pastori sardi hanno contribuito a “rifare” greggi perdute in occasione di recenti terremoti o alluvioni “nel continente. Nei tempi antichi, quando non esistevano né agenzie di assicurazione né istituzioni mutualistiche, se a un pastore capitava di perdere il gregge, per qualsiasi motivo (compreso un periodo passato in carcere), se lo vedeva “rifatto” spontaneamente dagli altri pastori che gli offrivano ciascuno almeno una pecora femmina, che figliando avrebbe progressivamente aumentato il numero delle pecore. In questi giorni, le prime “paradure” che si vedono non sono di pecore ma di rotoballe di fieno per gli animali sopravvissuti e rimasti senza cibo.
In antichi testi sardi, “parare” veniva usato nel senso di “comprare, acquistare”, ma oggi è usato nel senso di “fermarsi” (“no parat in logu”), o di “preparare”, nei suoi vari sensi (“parare” una trappola, o un cavallo o un altare, ad esempio “parau a festa”). Ma è dal verbo derivato “apparare”, con il senso “avvicinare, presentare, mettere a disposizione, offrire”, che, secondo il Dizionario Etimologico Sardo del Wagner, deriva il termine “paradura” o anche “ponidura”.
I sardi non credono alle chiacchiere, nemmeno quelle di solidarietà, soprattutto se vengono dalle cosiddette “autorità”, di ogni genere, alle quali parlare non costa niente. In una intervista a un piccolo proprietario che aveva perso tutto, ho visto il suo volto cambiare quando ha parlato delle prime “paradure” di fieno arrivate.

«Agnello di Dio», dicono i credenti nella messa. Quel genitivo, però, non è un genitivo oggettivo, e quell’agnello non è un agnello offerto a sgonfiare una divinità adirata, come in genere subito si pensa, depravati da una secolare e resistente teologia sacrificale.
Quel genitivo è un genitivo soggettivo, e quell’Agnello è un «Agnello che Dio dona» a una umanità senza più risorse.

Peccato, sembra che nemmeno in sardo
i vescovi permetteranno di esplicitare il senso del latino e dire:
“Angioni donau de Deus”:
peccato, perché così si capirebbe subito
che il primo a inventare “sa paradura”
è stato il Dio di Gesù Cristo.

Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

 

“In questi giorni, le prime ‘paradure’ che si vedono non sono di pecore ma di rotoballe di fieno per gli animali sopravvissuti e rimasti senza cibo.”
Da Salmo 304 SA PARADURA – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

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