SCHIAVITÙ 2.0


Editoriale del 5 gennaio 2020

A dispetto delle pubblicità degli anni Ottanta e dello stereotipo del messicano che schiaccia un pisolino contro un muro battuto dal sole, sombrero calato sugli occhi, il paese di Speedy Gonzales è primo nella classifica stilata dall’OCSE sul numero di ore di lavoro: 2.255 all’anno, che poi fanno 43 ore a settimana. L’Italia occupa il ventesimo posto con 1.730 ore annuali (33 a settimana). Lavoriamo meno dei cittadini della Costa Rica e della Corea del Sud, ma più di giapponesi e danesi. I tedeschi si aggiudicano il gradino più alto del podio, per una media di 1.363 ore all’anno, ovvero 26 giri di lancetta a settimana. Ma la Finlandia, dopo la proposta di ridurre l’orario a 24 ore divise in quattro giorni lavorativi, si prepara al sorpasso. Noi, che ci piazziamo più o meno a metà classifica, però, produciamo meno. Tra le cause accertate la tecnologia arretrata e la crescita lenta che influenza negativamente il salario reale (nel 2018 la crescita pari al 5,8% ha comportato una decrescita dei salari dello 0,6%). Mi rammarico di non aver studiato economia e di non poter capire a fondo i meccanismi che regolano il mercato del lavoro. Perché quando mancano le basi si comprende per induzione, e si tirano le somme senza certezze che non vengano dall’esperienza. Dai miei personalissimi risultati, ottenuti da interviste tra una cerchia di persone riunite in una chat, con un sondaggio buffo iniziato per gioco ho scoperto cose inimmaginabili. La maggior parte dei partecipanti lavorano almeno 8 ore in più alla settimana (senza retribuzione) rispetto a quelle dichiarate. A queste ore regalate si aggiungono gli straordinari non pagati, che arrivano a circa 1,4 ore di media al giorno. Ma guai a lamentarsi. L’Italia è un paese fondato su poche certezze riassunte in formule ormai scolpite nel marmo. Una recita così: «E ringrazia che almeno ce l’hai un lavoro!». La retorica della botta di culo domina il discorso sull’occupazione. Per il resto ci sarà sempre una zia a ricordarci i sacrifici della generazione precedente. Balle. Gran parte dei giovani sono schiavi. Lasciamo loro almeno la libertà di sfogarsi. Che tanto sclerano responsabilmente, dopo l’orario di lavoro, e le crisi di nervi sono fuori busta paga.

 

Eva Garau

(Precaria di Aristan)

 

«E ringrazia che almeno ce l’hai un lavoro!» (da SCHIAVITÙ 2.0 – Editoriale di Eva Garau)

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