SE SCRIVO RIPELLINO, LA POESIA E' MERAVIGLIA


Editoriale del 2 ottobre 2018

“Se scrivo uovo, l’uovo non è uovo,/ ma bianca crosta lunare./ Se scrivo scarpa, non è scarpa ciò che scrivo,/ ma barca danzante in un placido mare./ Se scrivo neve, a un’azzurra candela/ io penso, e mi bruciano gli occhi./ Se scrivo pioggia, immagino una bettola/ con cristalli furiosi che mi gelano./ Se scrivo cielo, penso a una bombetta tutta brulicante di pidocchi/ sul capo capelluto della sera”. Se si imparano a scuola, le figure retoriche sono un elenco pedante; se si sciolgono in questi versi di Angelo Maria Ripellino, diventano una magica delizia e, mentre si legge una poesia, capiamo che cosa è la poesia. A chilometri zero, come si dice. Eppure, tra le decine di ricorrenze che ogni giorno sentiamo annunciare (dagli 80 anni della visita di Hitler a Roma ai 60 della legge Merlin per la chiusura dei casini) nessuno ha ricordato il quarantennale della morte di  Ripellino, Roma 1978. Noto come uno dei nostri maggiori slavisti, saggista coltissimo di scintillante scrittura (da “Praga magica” a “Saggi in forma di ballata”, da “Siate buffi!” a “Letteratura come itinerario nel meraviglioso”), critico teatrale dell’Espresso, traduttore eccelso dei classici russi, ma anche uno dei poeti più alti e originali del Novecento italiano. Leggete una delle sue raccolte “Non un giorno ma adesso” (1960), “La fortezza d’Alvernia” (1966), “Notizie dal diluvio” (1969) o  “Autunnale barocco” (1977): la “poesia-spettacolo” di Ripellino, come la definisce Alessandro Fo, mette in scena un universo dolente e grottesco, incentrato sulla figura del poeta clown. Il poeta è un “illusionista” impegnato in un costante lavoro di “lotta e ricerca”, che abbraccia la totalità del mondo con la gioia chiassosa dell’artista circense (“Pendeva al trapezio: e osannanti formiche/ battevan laggiù le manine nel rombo del jazz”) e l’inquieta “fuliggine” dell’intellettuale incuriosito dalle avanguardie (“sui circoletti e sui triangoli di Kandinskij/ nasceva l’emblema della vita nostra”). E’ un “gran mago”, che impazza con il suo sublime e scalcinato spettacolo sotto la minaccia della morte incombente (“Vita, non abbandonarmi. Comunque tu sia, cactus, coltello,/ daga, cappio, ferro in fuoco, oscurità, malsanìa,/ sei sempre vita, e frullina e leggiadra e civetta:/ anche se nonostante, continuo ad amarti”). La fortezza d’Alvernia è il sanatorio ceco di Dobris, dove Ripellino fu degente per sei mesi: il diario poetico è intessuto delle più svariate citazioni e innervato da uno swing lacerante (una delle muse è Charlie Parker). Per giungere allo struggente canto del cigno, l’autunnale barocco dove, sotto il nome di Scardanelli (il poeta italiano immaginario usato come pseudonimo da Holderlin), il corto circuito fra la poesia-spettacolo e i presagi di morte si colora di straziante lirismo. “Se scrivo gioia, ho paura che una nera/ faina venga subito a rubarmela”.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Quijote di Aristan)

una delle muse è Charlie Parker (da SE SCRIVO RIPELLINO, LA POESIA E’ MERAVIGLIA – Editoriale di Fabio Canessa)

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