UN SECOLO DI FELLINI


Editoriale del 21 gennaio 2020

Esattamente cent’anni fa, nasceva a Rimini Federico Fellini. Il suo talento creativo brillò spiazzante fin dalla rivista satirica “Marc’Aurelio”, quando, ancora giovanissimo, inventava raccontini “pubblicitari” per gli immaginari prodotti Pop: un condannato è felice di farsi ghigliottinare con la lama Pop, un morto si decide a esalare l’ultimo respiro quando sa di finire in una bara Pop e un esploratore si lascia mangiare dai cannibali purché usino forchette Pop. Ci sono già in nuce la vocazione alla libertà narrativa e la vena lirica, surreale, buffa e malinconica che lo farà diventare, come lo definiva Totò, “un registone, un artistone”. La cifra stilistica di Fellini, mago dell’arte di rievocare il mondo interiore attraverso le immagini, sta nel non accettare compromessi con la realtà così com’è. Per rappresentare in maniera più autentica la Rimini della sua infanzia o la via Veneto degli anni Sessanta, rifiuta di andare a girare negli stessi posti che il mondo gli presenta già squadernati. L’anima di quei paesaggi, inscindibile dalla rappresentazione conservata nella memoria, deve essere per forza restituita dopo che è passata attraverso la mente e il cuore di chi quei luoghi li ha visti, vissuti e ricordati. Così, rifiutando i luoghi reali, Fellini costringeva i produttori a spendere un sacco di soldi per ricostruirli negli studi di Cinecittà. Non precisamente così come sono davvero, ma come sono stati fissati, ancor più precisamente e poeticamente, nella sua memoria. Poco importa se qualche distorsione muta la mappa effettiva di quei posti: essi saranno in grado di regalare agli spettatori la fragranza di cui li ha investiti l’anima del regista solo se attraverseranno il filtro del cervello che ricorda. Operazione tutt’altro che intellettualistica. Anzi, proprio perché tutto è finto (anche il mare di cellophane in “Amarcord”, al passaggio notturno del transatlantico Rex), tutto è ancora più vero. La verità non si misura col metro della verosimiglianza, ma con quello della fedeltà a quel sublime luna park di emozioni che è l’archivio della memoria, filtrato da una lente deformante, visto che nessuno di noi ricorda un panorama, un volto o un avvenimento con assoluta precisione. Perché lo spirito dei luoghi non risiede nei paesaggi nudi e crudi, ma nel corto circuito che essi producono con la percezione degli uomini che ne hanno fatto esperienza. Paradossalmente, sarebbe il rispetto scolastico della realtà a produrre un’illustrazione inautentica, che puzza di artificio. Ecco perché, come non si stancava di ripetere, “il vero realista è il visionario”. E nessun regista fu più visionario di lui, più affascinato dal “deforme, dal diverso”. E’ suo il film più bello della storia del cinema: “8 e 1/2”, un’autobiografia esistenziale che trasfigura l’interiorità in spettacolo, come se la cinepresa non filmasse direttamente la realtà, ma filmasse la mente del regista che vede la realtà, e non solo quella, perché nel frattempo egli ricorda, sogna, immagina. E’ suo il film più famoso mai girato: “Il viaggio di Mastorna”; siccome il mago Rol gli aveva profetizzato che, dopo aver finito quel film, Federico sarebbe morto, ne rimandò per sempre il primo ciak.

 

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)       

E’ suo il film più famoso mai girato: “Il viaggio di Mastorna”; siccome il mago Rol gli aveva profetizzato che, dopo aver finito quel film, Federico sarebbe morto, ne rimandò per sempre il primo ciak (da UN SECOLO DI FELLINI – Editoriale di Fabio Canessa)

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