UN SENSO


Editoriale del 7 luglio 2020

Non leggo mai la cronaca nera: scandagliare nei dettagli omicidi, stupri e affini mi pare inutile o morboso. Le vittime meritano solo preghiera e silenzio. Per questo trovo insopportabili anche le canzoni schitarrate durante i funerali. Ho fatto un’eccezione per i due bambini uccisi dal padre (poi suicida) per fare dispetto alla moglie che lo stava per lasciare. Perché stavolta la banalità del male ha lasciato il posto all’incomprensibilità di un diabolico meccanismo mentale. Caino che uccide Abele o i femminicidi sono crimini di cui si intuiscono i moventi: invidie e gelosie che tutti proviamo, esagerate fino all’aggressività estrema. In questo caso invece è difficile capire i percorsi tortuosi di un cervello e di un cuore che portano uno di noi (non ci illudiamo che fosse un mostro alieno) a strangolare i due figli amati. Così ho letto con attenzione tutti gli articoli, per cercare di comprendere, forse per rassicurarmi, magari venendo a sapere che il tizio era uno squilibrato o aveva dei precedenti, un passato difficile o roba del genere. Invece dai giornali non ho ricavato nulla, se non il ritratto di un impiegato tranquillo, precisino, sposato da quasi vent’anni, che di fronte alla volontà della moglie di separarsi aveva reagito in modo apparentemente civile ed equilibrato. Ho osservato con attenzione anche la foto che lo ritrae in vacanza accanto ai figli felici, scattata poche ore prima dell’atroce delitto e postata su Facebook subito dopo averli uccisi, con la scritta “con i miei ragazzi…sempre insieme!!”. Cercavo di cogliere nel volto di lui una traccia di alterazione, un che di sinistro, l’ombra anche minima di una personalità disturbata o un’espressione che tradisse il piano disumano che stava per realizzare. Niente da fare, perfino con il senno di poi non si riesce a leggere quella foto se non come l’immagine di un padre sorridente dallo sguardo limpido. Sullo sfondo, l’edicola di una Madonna che, unita alla frase, potrebbe suggerire l’idea perversa che i tre sarebbero destinati a riunirsi nell’aldilà per l’eternità. Idea sbagliatissima, se il figlicida fosse stato credente, perché il cristianesimo prevede l’Inferno per lui e il Paradiso per i figli. E, se non fosse stato credente, come può un padre annientare l’esistenza (l’unica possibilità di esistenza, in quel caso) dei figli dodicenni per architettare la vendetta più crudele contro la moglie, cioè lasciarla in vita col marchio indelebile del lutto più devastante? Le ore tra l’omicidio e il suicidio le ha trascorse inviando alla moglie via sms frasi come “non li rivedrai mai più” e simili. Insomma, più informazioni si hanno per approfondire il caso, più il fattaccio resta razionalmente ed emotivamente insondabile. Per questo non mi è sembrato fuori luogo che i funerali abbiano avuto come colonna sonora “Un senso” di Vasco Rossi. Leggendo i giornali, anch’io volevo trovare un senso a questa storia e ne ho ricavato che questa storia un senso non ce l’ha. Forse avrei fatto meglio a rivolgermi ai miti e alle tragedie greche, a Procne e a Medea. O a “La strada” di Fellini, quando il Matto dice a Gelsomina che anche un sassolino ha un senso nella vita. Lui non sa che senso ha il sassolino, ma a qualcosa deve servire, perché se non ha senso il sassolino, allora niente ha senso.

 

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

il Matto dice a Gelsomina che anche un sassolino ha un senso nella vita. Lui non sa che senso ha il sassolino, ma a qualcosa deve servire, perché se non ha senso il sassolino, allora niente ha senso (da UN SENSO – Editoriale di Fabio Canessa)

  • MANIFESTO DI ARISTAN


    ANTEPRIMA
  • PROMO ARISTAN ROBERTO PEDICINI


  • INNO


  • IL TEMPO DEI TOPI DI FOGNA


  • CIAO NADIA