L’UOMO CHE MORÌ DUE VOLTE


Editoriale del 26 luglio 2018

Quando avevo iniziato a scrivere queste righe, all’alba del 24 luglio, Sergio Marchionne non era ancora morto, ma era come se lo fosse. L’impenetrabile muro di riserbo eretto intorno all’ospedale svizzero in cui si trovava da una settimana -uno di quelli che si scelgono per andarsene sereni, non importa dove-, aveva autorizzato sin da subito a pensare al peggio. “È in condizioni irreversibili…”, era tutto ciò che si continuava a ripetere. Non era ancora morto, ma tutti ne parlavano come se già lo fosse (“Fumava moltissimo…), e aveva perciò avuto il raro privilegio di assistere al suo funerale. Si sarà reso conto che una volta diventato inutile per la ditta, contava meno del suo maglione nero. Avrà sentito l’infelice frase di addio del suo datore di lavoro (“Non tornerà più a lavorare con noi…”) che vale anche quando si licenzia qualcuno su due piedi, apprezzato il fatto che fosse stato dichiarato morto-non morto a mercati chiusi, incassato il tradimento degli amici, letto i coccodrilli, raccolto gli elogi o gli insulti della più varia umanità. Tutto quello che normalmente accade quando si muore. O quando si è morti senza essere morti, e persino sepolti vivi. E dopo non resta più nulla da dire.

Marco Schintu
(Ufficio pesi e misure di Aristan)

“Tutto quello che normalmente accade quando si muore. O quando si è morti senza essere morti, e persino sepolti vivi. E dopo non resta più nulla da dire”

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