SESSANTA MILIONI DI APOLIDI


Editoriale del 1 febbraio 2016

Eravate convinti che la figura di merda internazionale delle ambascerie italiche (vedi editoriale “Alla ricerca del Rolex perduto”) in Arabia Saudita avesse esaurito il suo potenziale rappresentativo? La sua valenza antonomastica? Niente di più sciocco: il carattere nazionale cresce per ripetizione, si fa spazio nella storia a suon d’immagini sputate, d’involontarie volontà di appartenenza. Infatti tutti avrete sentito delle statue coperte in onore al pudico presidente iraniano Rouhani, che a Glasgow da studente altro che zinne marmoree e senza tempo, il sabato sera deve aver visto stanghe di pelo rosso ubriache a lascive strillare e strisciarsi sui pali della luce manco fossero cuccagne, e magari anche sugli studenti esotici. Insomma, la stivalica italianità è trasversale, purchè ci siano i piccioli si smutanda sempre e comunque, anzi, fra gli arcinemici sauditi-sunniti e iraniani-sciiti c’è molto più gusto, è un segno d’imperitura equidistanza. Ma questo non è il punto. E stavolta il punto non è nemmeno l’ombra. Stavolta sorgo fino alla visione politica, mi faccio statista. Ecco, io affermo che bisogna portare il sistema a perfezione, in un precipizio di coerenza: si fotta l’identità! Che la nazione si faccia bordello! Non abbiamo amore noi, questa metafisica da barboncini, ma solo una voglia di corpi! Di verdoni! Via le destre e le sinistre, il mercato delle vacche fa a meno dell’ipocrisia, del populismo! E senza menzogna che si fa? Ci si autodistrugge naturalmente! Le bugie tengono insieme la baracca! Sessanta milioni di apolidi sinceri! E dentro tutti i profughi! Siam pronti alla morte! L’Italia chiamò!

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

da Il ritorno di Cagliostro (2003) diretto da Daniele Ciprì e Franco Maresco

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