SI CHIAMAVA PIBIRI


Editoriale del 20 settembre 2019

Me l’ha raccontata l’amico Maurizio e voglio riferirla. È la storia di un cane e del suo padrone, un regista conosciuto, genovese, con un cognome genovese, che viveva a Cagliari, città che ha amato e vissuto intensamente. Il suo cane si chiamava Pibiri, sardo con un cognome sardo, che significa pepe. Per cui quando voleva che gli passassero il pepe doveva dirlo in italiano altrimenti arrivava il cane.

Posso dire che vivessero in simbiosi, come succede a molti. Lui se lo portava sempre dietro e quando Pibiri si annoiava lo riportava via. Come lo capiva che era annoiato? I cani non sbadigliano, Pibiri faceva un leggero abbaio di segnalazione e il suo amico era sempre d’accordo, in qualche caso se ne convinceva, in altri era una buona scusa per non offendere nessuno. Pibiri aveva l’eccezionalità che il suo padrone gli riconosceva, buone proporzioni, muso simpatico, invadenza suggerita, per il resto non so quali danni abbia creato.

Perché un cane richiede degli impegni, e gli impegni richiedono grande amore, che a ben pensare nascondono anche una grande riconoscenza continua.

Un male improvviso, in un solo mese ha colpito il suo padrone, che è stato ricoverato a Genova, dove qualche giorno fa ha terminato la sua vita interrotta, negli ultimi tempi, tra brevissimi squarci di lucidità assente da sofferenze. E in questi, io immagino, ma ne sono sicuro, che il suo pensiero sia andato a Pibiri, anche a lui, il suo compagno fedele di una vita, che non ha potuto salutare per l’ultima volta, né dirgli due paroline, perché era stato affidato a qualcuno che potesse accudirlo.

Ma a un cane non puoi fare discorsi, promesse, trattenere una illusione, risarcire con affetto una mancanza a cui non è abituato. Una mancanza che non era un ritardo, un lasso di tempo risaputo, un’abitudine. Pibiri si è lasciato morire e infatti ha preceduto il suo padrone, come faceva spesso per brevi tratti per tornare poi accanto ai suoi passi. Lo ha preceduto, perché non aveva più il gusto alla vita, non palpitava più per un suono di campanello o una voce dal corridoio. Questa volta non l’ha avvisato delle sue intenzioni, non c’era.

 

Editoriale di Nino Nonnis (Zooroastro)

 

Ma a un cane non puoi fare discorsi, promesse, trattenere una illusione, risarcire con affetto una mancanza a cui non è abituato. Una mancanza che non era un ritardo, un lasso di tempo risaputo, un’abitudine. (da SI CHIAMAVA PIBIRI – Editoriale di Nino Nonnis)

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