SIAMO ANDATI SULLA LUNA PER SCOPRIRE LA TERRA


Editoriale del 16 luglio 2019

Chesterton voleva scrivere un romanzo su un marinaio inglese convinto di avere scoperto una nuova isola dei mari del Sud, ma che, per un errore nel calcolo della rotta, era finito sulla costa vicino Brighton. Così, appena approdato, compiva il gesto ridicolo di piantare enfaticamente la bandiera inglese in Inghilterra. 50 anni fa, gli astronauti americani approdarono davvero sulla Luna e fecero bene a piantarci la bandiera a stelle e strisce, eppure accadde qualcosa di simile alla storia del marinaio di Chesterton. Infatti, due anni dopo, la missione Apollo 14 prelevò un campione di roccia lunare e lo portò sulla Terra, come certi turisti staccano un sassolino dalle mura del Colosseo per conservarlo a casa. Il souvenir dalla luna, inoltre, non reca danno al patrimonio storico e culturale terrestre (e neppure lunare), anzi costituisce un prezioso oggetto di studio. Il frammento, battezzato dagli scienziati Big Bertha, pesa due grammi ed è stato sottoposto a un’analisi chimica accuratissima. La quale ha stabilito che non si tratta di una roccia lunare, bensì terrestre. Prima di tutto perché è composta da quarzo, feldspato e zircone, minerali molto comuni sulla Terra ma assenti sulla Luna; e poi perché tale pietra risulta cristallizzata in un sistema ossidato simile a quello terrestre, ben lontano dalle temperature estreme del suolo lunare, con il quale sarebbe incompatibile. Big Bertha è oggi considerato il campione più antico di roccia terrestre che esista al mondo, datato con sicurezza oltre 4 miliardi di anni fa. Il calcolo non lo ha fatto Giacobbo, ma la NASA. E lo studio, curato dal Center for Lunar Science and Exploration, è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Earth and Planetary Science Letters, mica l’hanno detto a Voyager. Come è possibile che una roccia terrestre si trovasse sulla Luna? Facile, rispondono gli scienziati, basta che 4 miliardi e mezzo di anni fa un grosso asteroide o una stella cometa abbia avuto un impatto così violento con la Terra da strapparle del materiale roccioso e proiettarlo nello spazio. Siccome, all’epoca, la Luna era tre volte più vicino alla Terra rispetto a oggi, era inevitabile che la pioggia di detriti schizzasse su di lei. E’ però paradossale che, volendo portare a casa un pezzo di Luna, con tutta la Luna a disposizione, i nostri astronauti siano andati a raccattare un pezzo di Terra. C’è un elemento farsesco in questa incredibile storia, ma c’è anche il perfetto equilibrio che Chesterton voleva raccontare nel suo romanzo: “la combinazione di qualcosa di insolito con qualcosa di rassicurante, perché abbiamo bisogno di vedere il mondo in modo da combinare un’idea di meraviglia con un’idea di cordiale accoglienza”. Quale accoglienza può essere più cordiale, rassicurante e premurosa che riportare a casa nel 1971 un sasso rimasto sulla Luna 4 miliardi di anni? Come cantava Fiordaliso, non voglio mica la luna. In questi giorni di celebrazione del cinquantennale dell’allunaggio, ho visto in tv un’intervista del 20 luglio 1969 a Monica Vitti, la quale diceva che, anziché scoprire la Luna venendo dalla Terra, sarebbe stato meraviglioso scoprire la Terra venendo dalla Luna. In un certo senso è stata accontentata.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Quijote di Aristan)

“Come cantava Fiordaliso, non voglio mica la luna. In questi giorni di celebrazione del cinquantennale dell’allunaggio, ho visto in tv un’intervista del 20 luglio 1969 a Monica Vitti, la quale diceva che, anziché scoprire la Luna venendo dalla Terra, sarebbe stato meraviglioso scoprire la Terra venendo dalla Luna”. Da SIAMO ANDATI SULLA LUNA PER SCOPRIRE LA TERRA – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Quijote di Aristan)

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