PER SOFFRIR UN PO’MENO


Editoriale del 25 dicembre 2020

Natale. Andiamo, è tempo di comprare. Per gli insegnanti rappresentava la prima tranche, che aiutava a sopportare l’impegno, molti facevano i conti già a settembre, di quanti giorni mancavano al Natale, che è un periodo prolungato di festa, col capodanno e le varie preparazioni di rito sino alla befana. In famiglia noi non avevamo grandi tradizioni, ma solo per pigrizia. Una volta facemmo il presepio e lo tenemmo a lungo, sino al Natale successivo. Quando venivano a casa a settembre ci chiedevano: “Avete già fatto il presepio?”. Una mia zia veniva e ogni volta chiedeva ”E il presepio?” e mamma rispondeva “Domani lo devo fare”. Solo che una volta venne il giorno di Natale.
Io lo ricordo perché invariabilmente, ogni anno veniva un figlioccio di mio padre, per ricevere la busta dei soldi. “Cosa fai per tirare avanti?” –“Faccio il figlioccio” Io lo ascoltavo stizzito, ogni volta era un rosario di padrino, padri’, grazie padrino, sino alla consegna della busta che babbo preparava per quel ragazzo così affettuoso. Una volta mio padre mi mandò a prendere la busta e io tirai fuori i soldi e misi una immaginetta di San Giuseppe. Il figlioccio ringraziò e se ne andò, per tornare subito dopo. “Padri’, la busta non andava bene” – “Cosa vuoi dire? vai che andava bene” – “Be’, insomma, non era quello che mi aspettavo”- “Accontentati, quando ti diplomerai ti farò un bel regalo”. Poteva avere 13 anni. Smise di chiamarlo padrino e se la prese con San Giuseppe. Mio padre non capì proprio.
A Natale si respirava aria di solidarietà, voglia di affetto generalizzato. Mi ricordo che uscivo, a piedi, e ero ben felice di salutare tanta gente e fare gli auguri per primo. Mi è capitato di rifare la via Garibaldi come un tempo, è stata una delusione, come un episodio di “Ai confini della realtà”. Sono andato dai miei, sono uscito e ovviamente sono rientrato, non avevo visto neanche una faccia conosciuta, nessun amico, dovevano essere tutti nei centri commerciali. Ad un certo punto ho fermato un signore di mezza età e gli ho detto “Posso farle gli auguri?” – “Certo, ma perché proprio a me?”. Gli spiegai il bisogno. Mi capì al volo, anche per lui la stessa cosa.
L’albero di Natale non l’abbiamo mai fatto, babbo diceva che era un’usanza importata e mia madre confermava. Da grande ho provato a fare un presepe, costretto da mia moglie e ho scoperto che mi mancava l’immaginazione, non sopportavo che la montagna avesse una sola caverna, enorme, e avevamo idee differenti sulla scenografia. Anche lì pecorelle, anche a tre gambe, nel laghetto mio figlio aveva messo un coccodrillo e la stella cometa era una stella fissa. Lo so, forse ha ragione mia moglie (ex), siamo pagani, ma quello che mi dà atmosfera di Natale sono le canzoni, hanno ancora un fascino immediato per me, specie se a cantarle è Bing Crosby.

Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

“Lo so, forse ha ragione mia moglie (ex), siamo pagani, ma quello che mi dà atmosfera di Natale sono le canzoni, hanno ancora un fascino immediato per me, specie se a cantarle è Bing Crosby.”
Da PER SOFFRIR UN PO’MENO – Editoriale di Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

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