THE SOUND OF SILENCE


Editoriale del 14 luglio 2021

In piena euforia da Europei 2020 sono incappata nell’articolo del cronista sportivo Rory Smith intitolato “A day filled with noise, and a silence they’ll never forget” (Una giornata piena di rumore e un silenzio che non dimenticheranno mai) pubblicato l’11 luglio sul New York Times. Ho pensato di tradurlo e, anche se è un po’ lungo, di proporlo come editoriale perché quella di Smith non è la semplice cronaca di un incontro sportivo; è un brano letterario, che ci racconta due differenti culture calcistiche, due diverse dimensioni psicologiche, due modi di vivere la competizione sportiva e di lottare per la vittoria.
“Per tutta la giornata c’era stato rumore. I canti erano incominciati la mattina presto, con la comparsa delle prime centinaia di tifosi con bandiere al vento sul viale di Wembley. Erano continuati nel pomeriggio quando altre decine e poi centinaia di migliaia li avevano raggiunti, come vetri frantumati sotto i piedi. Le canzoni incominciarono non appena le porte della metropolitana si aprirono alla stazione di Wembley Park e aumentarono di volume come lo stadio comparve all’orizzonte, sembrava fosse lo stesso stadio a cantare. All’interno il rumore girava vorticosamente raccogliendo energia dalla propria eco. l’Inghilterra stava sognando a occhi aperti: Luke Shaw aveva segnato e i padroni di casa dopo due minuti stavano conducendo la finale del Campionato Europeo e tutto, dopo più di mezzo secolo, stava tornando a casa. Ci fu rumore mentre l’Italia riguadagnava terreno con le unghie e con i denti, domando lo slancio dell’Inghilterra e strappando il controllo della palla, sino a che il pareggio di Leonardo Bonucci risvegliò tutta la nazione dalla trance. È questo che accade quando la tensione di un singolo rimbalza e si scontra con decine di migliaia di altre tensioni: l’energia liberata viene trasformata e rilasciata come rumore.
Ci fu rumore prima dei supplementari, Wembley che saltava e rimbalzava, d’altronde cos’altro si poteva fare? Ci fu rumore prima dei calci di rigore, la prospettiva che più di ogni altra tormentava l’Inghilterra. È stata una giornata di rumore. Per tutte le ultime settimane, man mano che l’Inghilterra si avvicinava sempre più a quella che veniva considerata la fine di un “anno di sofferenza”, è stato un mese di rumore. Ciò che tutti quelli che si trovavano a Wembley ricorderanno, tuttavia, la cosa che tornerà loro in mente – se mai consentiranno alle loro menti di tornare indietro a questa giornata – non sarà il rumore, ma la sua improvvisa scomparsa, la sua immediata assenza. Nessun rumore echeggerà tanto a lungo quanto quello: l’oppressivo, travolgente rumore di uno stadio, di una nazione, che ha sognato e ora, di soprassalto è stata risvegliata, brutalmente, nella fredda luce del giorno.
L’individualismo esasperato non può da solo spiegare le molte delusioni degli ultimi 55 anni, ma è certamente una concausa. Prima di qualsiasi campionato l’Inghilterra afferma la propria convinzione di essere la squadra, la nazione che possiede una organizzazione capace di tenere tutto sotto controllo: la convinzione che, alla fine, che l’Inghilterra vinca o che perda, il risultato sarà stato determinato unicamente delle proprie azioni. L’Inghilterra non è sconfitta da un avversario; perde da sola. L’Inghilterra, negli Europei 2020 ha ospitato più incontri di qualsiasi altra nazione. Wembley è stata la sede sia della semifinale che della finale. Ancora più importante Southgate aveva a disposizione una squadra che – Francia a parte – era l’invidia di tutte le altre formazioni, un elenco che traboccava di giovani talenti “cresciuti” in club allenati dai migliori coach del mondo. Questo era un campionato che l’Inghilterra doveva vincere. Nel racconto degli Europei 2020 l’Italia era a metà tra una trama secondaria e un cast di supporto. Forse però questo campionato non è mai stato il racconto dell’Inghilterra che cerca disperatamente il momento della redenzione così a lungo attesa. Forse il carattere principale, la protagonista, è sempre stata l’Italia.
Il cammino dell’Italia non ha la grandiosa portata storica di quello dell’Inghilterra, naturalmente – ha vinto la coppa del mondo soltanto 15 anni fa e non è neppure l’unica nel suo armadio – ma forse la storia è proprio quella di una nazione che non riuscì nemmeno a qualificarsi per i Mondiali del 2018, che aveva lasciato che la propria cultura calcistica diventasse stantia, moribonda, che sembrava essere rimasta indietro ma che, nello spazio di appena tre anni, è stata trasformata ancora una volta in una squadra campione. L’Italia di Roberto Mancini ha illuminato questo campionato in ogni fase con la verve e il brio con le quali ha affrontato i vari gironi e con la grinta e la tensione nervosa con le quali ha raggiunto la finale. Per non parlare di come, contro una squadra con maggiori risorse e il sostegno della folla, ha preso in mano il controllo del sogno di qualcun altro. In quei primi minuti di domenica, a Wembley, quando l’Inghilterra sembrava in preda a un’esperienza extracorporea, mentre Leicester Square veniva travolta dal caos e le barriere intorno a Wembley erano prese d’assalto da tifosi senza biglietto che non volevano mancare all’appuntamento con la storia, l’Italia avrebbe potuto essere spazzata via.
Il rumore e l’energia fecero percepire lo stadio selvaggio, tagliente e feroce, e la squadra di Mancini sembrò gelarsi. L’Inghilterra in certi momenti dava l’impressione di poter surclassare gli avversari, come se la storia fosse così avvincente da essere inarrestabile. Ma lentamente, quasi impercettibilmente, l’Italia si riassestò. Marco Verratti passò la palla a Jorginho. Jorginho gliela restituì. Bonucci e il suo temibile compagno, Giorgio Chiellini contrastarono in area e chiusero gli spazi fuori.
Sembrava che l’Inghilterra perdesse l’iniziativa, ma in realtà era l’Italia che la stava prendendo. Federico Chiesa tirò, basso e violento, chiamando alla parata Jordan Pickford. L’Inghilterra sprofondò ancora un po’. L’Italia annusò il sangue. Bonucci pareggiò il punteggio, una specie di goal pasticciato, nato più dalla determinazione che dall’abilità, un gol che racconta perfettamente i pregi di questa Italia. I supplementari incombevano. La squadra di Mancini, comunque fossero andate le cose, avrebbe fatto attendere l’Inghilterra. Il tempo passava e la prospettiva dei rigori si profilava all’orizzonte. Per l’Inghilterra un’ultima prova, l’ultimo spettro da affrontare, e un ultimo barlume di speranza. Andrea Belotti fu il primo a mancare la porta ai rigori. Wembley esultò. Il solito vecchio motore a combustione ruggì rilasciando il suo nervosismo nel cielo della notte.
Tutto quello che l’Inghilterra doveva fare era segnare. Era, dopo due ore, dopo un intero mese, dopo 55 anni, la padrona del proprio destino. In quel momento tutto era incentrato sull’Inghilterra. Marcus Rashford si fece avanti. Era stato in campo per pochi minuti, inserito nella squadra appositamente per calciare un rigore. Mentre si avvicinava alla palla, rallentò cercando di indurre il portiere italiano, Gianluigi Donnarumma, a rivelare le proprie intenzioni. Donnarumma non si mosse. Rashford rallentò ancora. Donnarumma rimase immobile ignorando il suo bluff. Rashford andò sulla palla e calciò. La deviò a sinistra. Colpì la base del palo. E in quel momento l’incantesimo, la trance che aveva ossessionato una nazione, si spezzò. Anche Jadon Sancho sbagliò il tiro, parato da Donnarumma. Ma altrettanto fece Jorginho, il rigorista specializzato dell’Italia, quando ebbe in mano l’opportunità di vincere l’incontro. Per un attimo l’Inghilterra ebbe una tregua. Forse la sua attesa stava per finire. Forse il sogno era ancora vivo. Bukayo Saka, il più giovane rappresentante della squadra di Southgate venne avanti. L’Inghilterra aveva un’altra opportunità. E allora tutto finì. Ci fu ancora rumore dentro Wembley dai ranghi vestiti di azzurro ammassati all’estremità opposta del campo, che si riversavano gli uni sugli altri gioiosi. Ma il loro rumore sembrava attutito, distante come se giungesse da un’altra dimensione, o da un futuro che non ci avrebbe dovuto riguardare. I calciatori dell’Italia, ora campioni d’Europa, caddero in ginocchio, increduli, felici. I giocatori dell’Inghilterra fissavano lo sguardo senza espressione verso lo stadio, desolati e sconvolti, incapaci di comprendere che era finita, che il campionato in cui ogni cosa sarebbe dovuta cambiare non aveva cambiato la cosa più importante di tutte; l’attesa non era finita. E lo stadio, dopo tutto quel rumore, dopo tutte quelle canzoni, dopo tutti quei sogni, rimase in silenzio, ammutolito e guardò dritto indietro.”

Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

“Ciò che tutti quelli che si trovavano a Wembley ricorderanno, tuttavia, la cosa che tornerà loro in mente – se mai consentiranno alle loro menti di tornare indietro a questa giornata – non sarà il rumore, ma la sua improvvisa scomparsa, la sua immediata assenza.”
Da THE SOUND OF SILENCE – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)

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