SPAGHETTI MONDIALI


Editoriale del 23 giugno 2014

A mezz’ora dalla chiusura le paratie mobili di ferro e cotone cessavano la funzione di recinto per i tavoli all’aperto e diventavano il Maracanà. L’idea m’era venuta in un lacerante momento di noia, quando si va fuori a fumare per vedere la strada che si svuota e il cielo londinese che lotta per non farsi buio in un’ecatombe estiva di nuvole zozze. Io, che facevo il vice, e Degli Esposti, il manager in capo, spostammo le paratie dividendo a metà l’acciottolato cieco di Woodstock street, tracciando la linea di fondo con il nastro usato per l’imballaggio della spazzatura. Il pallone stava sotto, negli spogliatoi fetidi di scarpe sfondate e ventosità di culo e dodici deodoranti diversi dove Mohammed, lo chef ai primi pakistano, venisse pure l’apocalisse stendeva il tappeto per cercare la Mecca nell’ora di Allah. Così, mentre gli altri servivano le ultime anime bollite, cominciammo la tradizione dello Spago-football, un tennis giocato coi piedi nell’ora della tristezza e delle luci che si spengono. Fu presto un’ossessione per tutto il ristorante. Clayton, il cameriere brasiliano, prese a portarsi le scarpe da calcetto. Era un professionista. La faida fra Degli Esposti e Cardoso, lo chef portoghese, si spostò sul campo in duelli epici e carichi di livori antichi. Mascarin da Pordenone, Enoque e Abel, i portoghesi di Madeira, Fatos, l’albanese che aveva conosciuto gli orrori kosovari, i lavapiatti pallidi e polacchi, Edward il bresciano di natali ghanesi, Cirillo uaglioncello dai Quartieri Spagnoli, perfino l’astioso e ligio Faras, algerino trafficante di Rolex e altri che mi si confondono nella memoria: a volte nel ristorante restavano solo i clienti. Noi si giocava tutti, spremendo gli ultimi sudori e dimenticando dieci ore di funesta fabbrica culinaria. Presto lo Spago-football divenne un fenomeno rionale. Gli inglesi alticci dei pub circostanti, inizialmente indignati per la smaccata anarchia lavorativa, si unirono al carosello. Gli ultimi passanti di Oxford street piegavano nel vicolo, attirati dal tifo e dagli insoliti voli notturni del pallone. Riuscimmo a non farci mai beccare dai padroni. Fiaccati e abbruttiti da un’esistenza d’ingranaggio, uomini e ragazzi invecchiati in fretta dai silenzi interminabili della metropolitana, dalle risse ubriache, dai matrimoni derelitti e dagli amori di bordello, tornavamo tutti nei cortili dell’infanzia del mondo, quando le madri con una voce ti strappano alla strada e all’imbrunire. Eravamo fratelli. Somigliava alla pace.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

da Marrakech express: Italia – Marocco

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