Capitolo 16 – C'È UN GIUDICE A KAPINGAMARANGI!


13 novembre 2013

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C’è un giudice a Kapingamarangi! Un gran giudice. Il processo a Stefano Lecter Floris ha regalato una bella figura al Genere Umano. Oggi i processi sono giocati su cavilli, su procedure, su meschinità che niente ormai hanno più a che fare con quella entità sacra e complessa che è l’Uomo. A Kapingamarangi, invece, no. Tutto si è svolto nel segno di una giustizia talmente umana da sublimarsi, diventando divina. Ma procediamo con ordine.
Innanzi tutto bisogna sapere che, grazie al suo carattere… reattivo, l’imputato era ed è molto popolare a Kapingamarangi. Il motivo è presto detto: Stefano, pochi giorni dopo il suo arrivo sull’atollo, si trovava in piazza Orlando quando, vedendo un biologo di Fulda che si prendeva certe licenze con una ragazza del luogo, lo ha preso a calci; il suo intervento aveva scatenato una rissa tra un gruppo di nativi e la delegazione tedesca di biologi. Come sapete la legge locale in caso di rissa, senza preoccuparsi di stabilire chi ha torto o ragione, prevede 48 ore di carcere per tutti. Dunque anche per Stefano. Una palese ingiustizia. Così, l’autore di un gesto tanto nobile, circonfuso dall’aura del martirio, si era offerto alla eterna riconoscenza dei kapingamarengesi. A questo punto, quando si è sparsa la notizia che Stefano dopo il carcere per la rissa avrebbe potuto avere altri guai dalla Giustizia tutta la popolazione, ancora eccitata per la conferma della star Andrea Franceschi nella squadra di calcetto locale, voleva assistere al processo per sostenere il suo beniamino. Troppi per la sala delle udienze. Così il saggio giudice Gomar Maria Golo ha deciso di trasferire il processo nel campo di calcio ove, per l’occasione, sono stati piazzati un palco e una potente amplificazione. Il giudice Golo ha un soprannome: Slim. In inglese slim vuol dire snello, e in questo caso è un omaggio ironico alla sua mole gigantesca e tondeggiante… Vi ricorda qualcuno? Sì? Bene, vuol dire che state leggendo questa storia con attenzione, ma non dovete pensare a una coincidenza: il giudice si chiama Slim ed è alto e ciccione come la guardia carceraria perché lui è la guardia carceraria. È anche la guardia carceraria. Io stesso l’ho scoperto solo quando la Corte ha raggiunto sul palco la grande cattedra e lui, Slim, si è piazzato al centro, tra il cancelliere e il vicecancelliere. Quel ragazzone gioviale che ci aveva offerto il delizioso risotto al Panaeolus cyanescens ora aveva assunto con naturalezza un’aria solenne. La cerimonia di apertura dell’udienza è stata emozionante. Tutti i presenti hanno ascoltato in piedi Freedom dei Rage Against The Machine eseguita impeccabilmente da Ozzy Osbourne e si sono seduti solo quando la musica è terminata e Slim ha fatto cenno che potevano. Anche noi eravamo sul palco: io, l’avvocato, ero col mio cliente Stefano Lecter Floris di fronte alla Corte, sulla destra; a sinistra invece c’era Tano Fano, il querelante (piccolo, spaventato; sembrava lui l’accusato) con il pubblico ministero Hamilton Burger, un indigeno molto anziano dall’aria gioviale. Ha parlato prima lui, il vecchio, e per farsi capire dall’imputato e da me si è espresso in italiano; anche tutta la popolazione presente, incredibilmente, sembrava capire. Tutta tranne il querelante.
L’intervento del Pubblico Ministero è stato semplice e stringatissimo. Si è limitato a raccontare i fatti così come erano stati vissuti dalla vittima. Cito tra virgolette le parole esatte del pubblico ministero Burger così come sono state stenografate dal vicecancelliere: “Ogni mattina subito dopo l’alba, quando non piove, Tano Fano è solito fare il bagno nudo nell’Oceano Pacifico; in genere non c’è nessuno sulla spiaggia ma quella mattina c’era anche il Floris, non si conoscevano ma appena il Floris ha visto il Fano si è messo a urlare come un ossesso e a indicare il pene; il pene del Fano, intendo. Questi, il Fano intendo, a quel punto, terrorizzato, ha cominciato a correre sul bagnasciuga mentre il Floris si è lanciato al suo inseguimento continuando a urlare parole per lui incomprensibili. La vittima infatti è originaria di Kiribati e si è trasferita solo da poco a Kapingamarangi, dunque non conosce l’italiano. Alla fine, disperato, il querelante ha cercato scampo nell’acqua ma l’imputato si è tuffato, lo ha raggiunto e lo ha abbracciato cercando di riportarlo sulla spiaggia. Il Fano si dibatteva ma il Floris lo ha congelato nel terrore con un morso al gomito. Solo allora ha potuto riportarlo di peso sulla spiaggia, poi, molto contrariato, si è allontanato lasciandolo il Fano lungo disteso sulla spiaggia, paralizzato dalla paura”. A questo punto – dice il testo stenografato – il Pubblico Ministero tossisce ripetutamente, beve un po’ d’acqua poi, scusandosi col giudice, riprende. “Vostro Onore, le confesso che né io né tantomeno la vittima siamo riusciti a capire cosa diavolo abbia generato nel Floris un comportamento del genere, ma se è vero che il morso al gomito non ha prodotto lesioni gravi è anche vero che la vittima, a causa dello shock, ha smesso di fare i bagni al mare e per una settimana ha patito una crisi di totale impotenza con tutte le imbarazzanti conseguenze del caso. Per chiudere ricordo che il Floris solo pochi giorni prima di questo fatto aveva trascorso due giorni in carcere per rissa; si tratta dunque di un uomo incline alla violenza – non a caso Lecter, il suo soprannome, evoca quello dell’assassino seriale protagonista di un film di successo – pertanto credo meriti una punizione che però, in tutta onestà, non mi sento di quantificare. Chiedo dunque una condanna a piacere”.
Così l’accusa. A quel punto la parola è passata alla difesa, cioè a me. Odio la falsa modestia pertanto devo dire che sono stato grande. Per poter respingere o condividere questa affermazione basterà che leggiate il prossimo capitolo. (continua)

Filippo Martinez

COGLI L’ATTIMO

 

Nessuno mi può giudicare (Beretta e Del Prete – Pace e Panzeri, 1966) cantata da Caterina Caselli

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