Capitolo 17 – ELOGIO DELL'IRA


20 novembre 2013

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Quando mi sono alzato in piedi per prendere la parola Ozzy Osbourne, solenne come Giordano Bruno di fronte al rogo, ha attaccato in mio onore il suo “Perry Mason”; in quel momento anche tutto il popolo di Kapingamarangi, 500 persone, si è alzato in piedi. Sì, si poteva volare alto.
Per trovare la concentrazione ho chiuso gli occhi e, con calma, ho atteso che dal buio affiorassero le prime parole; quella visionaria di mia nonna Assunta lo diceva spesso: le stelle del cieco sono le più luminose.
Cito ancora il testo stenografato dal vicecancelliere.
“Omero, sommo cantore del coraggio e della gloria, apre l’Iliade con la parola ‘ira’; e per cantare l’ira invoca una dea: Menin aiede, thea, Peleiadeo Achileos… l’ira celebro, o Dea, del Pelide Achille. Nel sesto secolo avanti Cristo, infatti, l’ira era ancora un luogo sacro ove la divinità poteva parlare al guerriero; l’essenza dell’uomo, allora, era la battaglia. Allora, oggi non più. Oggi quasi tutti dicono di voler vivere in pace, ma in realtà non sanno nemmeno cosa sia La Pace, quella vera. Quella che si conquista solo dopo dure battaglie con se stessi. In troppi oggi, ipocritamente, definiscono ‘in pace’ le loro vite comode e inesistenti. Vite politicamente corrette, fatte di scelte preconfezionate, di fughe precipitose dalla curiosità, di regole che legittimano vigliaccherie. Vite appassionanti come gite organizzate per gruppi di esattori in pensione; belle come talk show in tv sui problemi della coppia; eleganti come gare di peti. Vite che di fronte a soprusi, violenze e ingiustizie di tutti i tipi si rifugiano nello sdegno. Belli gli sdegnati! Loro non si sporcano mai le mani perché, dicono, chi compie una nefandezza non è degno della loro attenzione. Gli sdegnati sono quelli che con una smorfia di disgusto ‘non hanno parole’, che dicono ‘perché qualcuno non interviene?’, oppure ‘bisogna chiamare la polizia’, o ‘dove andremo a finire?’. Dio ci liberi dagli sdegnati!
Gesù quando ha trovato i mercanti che facevano i comodi loro nella casa del Padre non si è sdegnato: ha rovesciato i tavoli con i soldi e le mercanzie e, urlando, ha preso a frustate gli invasori facendoli fuggire terrorizzati con le capre e i buoi. Ebbene Stefano Floris, detto Lecter, che oggi per una perversione del destino siede sul banco degli imputati, ha agito esattamente come Gesù. Lui quando ha visto la tracotanza di un uomo volgare che disturbava una donna non ha annunciato il suo sdegno: lo ha cacciato a calci nel sedere.
Ma come si può avere l’impudicizia di definire violento quest’uomo? La violenza, lo dice la parola, vìola la libertà di qualcuno mentre lui, al contrario, questa libertà l’ha difesa. Senza la sua furia generosa infatti oggi uno squallido individuo avrebbe impunemente violato, lui sì, la libertà e la dignità di una donna.
Noi abbiamo bisogno dell’ira. Ne abbiamo bisogno come dell’aria per respirare. Ne abbiamo un assoluto, disperato bisogno.
L’Umanità oggi sta perdendo la consapevolezza di sé proprio perché in troppi di fronte a soprusi e oltraggi si limitano a inarcare il sopracciglio sdegnati e non hanno il coraggio di ribellarsi. È un dovere ribellarsi, un sacro dovere verso noi stessi. Se qualcuno minaccia la bellezza della nostra vita dobbiamo fare come ha fatto l’imputato con l’energumeno: prendiamolo a calci nel sedere!”.
A questo punto il verbale annota un boato di assenso della folla e una mia pausa, definita ‘un po’ troppo teatrale’.
“Ma non è per questo nobile gesto che oggi Stefano Floris deve affrontare il giudizio della Corte, nossignori: per questo gesto ha già trascorso ingiustamente due giorni in galera. Oggi Stefano Floris è qui perché ha commesso un altro gesto generoso; un gesto per il quale dovrebbe essere ringraziato non solo dal signor Tano Fano, la cosiddetta vittima, ma da tutti i kapingamarangesi. Ma è possibile che a nessuno sia venuto il dubbio che, se non si è folli, non si agisce come lui ha agito senza una ragione precisa? L’imputato una ragione ce l’aveva, eccome! Una ragione di vita o di morte. Ascoltatemi con molta attenzione poi, se avete un briciolo di amor proprio, abbiate il coraggio di vergognarvi”.
Qui il vicecancelliere descrive un mio sguardo severo che, lentamente, dall’imputato andava al giudice.
“Stefano Floris è un uomo colto, curioso e amante della natura; nelle primissime ore di quella mattina passeggiava in riva al mare alla ricerca di conchiglie quando – solo pochi istanti prima di incontrare la cosiddetta vittima – ha trovato, seminascosta nella sabbia, l’inquietante chiostra di denti che ora è conservata nella sua capanna. Erano i denti di un pacu, l’imputato li ha riconosciuti subito. Il pacu è un pesce che ha la discutibile abitudine di staccare a morsi i testicoli umani. Molti uomini sono morti dissanguati dopo un suo morso. Così, quando Stefano Lecter Floris si è reso conto che il signor Fano stava per immergersi nudo nell’acqua, non ha esitato e, benché il Fano – non capendo – si dibatteva, gli ha salvato la vita.
Avete sentito tutti? Ha sentito signor Tano? Ha sentito signor Pubblico Ministero? Ha sentito bene signor Giudice? Gli ha salvato la vita!
Bastava chiedere. Il signor Tano Fano invece di portare Stefano Floris in giudizio avrebbe dovuto portarlo in trionfo”.
Su questa battuta il vicecancelliere ha mollato il registro ed è corso ad abbracciare l’imputato.
A Kapingamarangi la parola ‘riconoscenza’ ha ancora un senso, infatti tutti: il primo cancelliere, il giudice, la folla e persino Tano Fano, la vittima – che non aveva capito nulla ma si entusiasma facilmente – si erano alzati in piedi e si sarebbero catapultati sul mio cliente per portarlo in trionfo se il pubblico ministero, con gesti perentori, non li avesse fermati. Aveva ancora qualcosa da dire.
Quando ha cominciato a parlare il mormorio di disapprovazione non era ancora del tutto sopito.
“Signor Giudice – ha detto -, abbiamo sentito una storia che sembra assurda, talmente assurda che credo sia vera. Nessuno infatti per difendersi inventerebbe un alibi fatto di denti trovati sulla spiaggia e di pesci che mangiano testicoli; tuttavia prima di correre anch’io a festeggiare l’imputato avrei bisogno almeno di uno straccio di prova. L’avvocato ha detto che il Floris avrebbe conservato i denti del pacu. Ebbene, io vorrei vederli”.
All’improvviso mille occhi sorridenti mi hanno cercato. Ma io esitavo. Esitavo. E pian piano sentivo che il gelo calava su quella grande aula a cielo aperto.
In meno di un minuto era tornato il silenzio.
“Sono stati rubati” ho detto. E il cielo è crollato su di me. (continua)

Filippo Martinez

COGLI L’ATTIMO

 

Il trailer di L’ira di Achille (1962) diretto da Marino Girolami. Con Gordon Mitchell.

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