SPESSO IL MALE DI CONVIVERE HO INCONTRATO


Editoriale dell'8 gennaio 2021

Uno dei momenti di maggiore attrito con la mia ex moglie, che considero la ex moglie ideale, era relativo alle andate in macchina. Forse se non avessimo preteso di prendere una macchina in due staremo ancora insieme, cosa che però non le auguro, perché le voglio bene.
Immaginate quando andavamo in un posto lontano, Sindia per esempio, le rare volte che capitava. Non dovevamo aspettare Uras per cominciare le ostilità, perché dopo soli cento metri, dico 100, già mi rimproverava o mi ingiungeva di sollevare il finestrino e a me si prospettava l’idea di un viaggio di due ore, dico 2, al caldo. Protestavo di lasciare un generoso spiraglio, no, perché gli arrivava d’infilata, peggio che mai, allora di aprire dalla sua parte, più peggio ancora, i finestrini di dietro allora, ma quando mai si è visto, a rischio di colpo della strega. Tutto questo nel primo chilometro, speri che si abitui, o che avverta anche lei il disagio, niente, allora tenti manovre furtive di spiragli d’aria. Gli spifferi! “Non lo sai che sono i più pericolosi?”, “Hai sentito quelli che dicono mi sono sentito male e non capiscono come sia successo” – “E cosa era successo?” – “Uno spiffero”. Allora meglio aprire tutto. No, e ti racconta di una sua amica quella con la bocca storta. ”E allora?” – “Un finestrino aperto. Condannata tutta la vita”. A questo punto qualcuno penserà che esagero, ah sì, provate a dirlo a lei.
Già al bivio che immette sulla 554 avevamo dei problemi di vedute quando andavamo a Cagliari. Io che sono di Sindia faccio sempre la solita strada, s’istradone e s’ainu (la strada dell’asino), per la 554, lei vuole passare da Selargius, fosse stata sulla nave di Colombo non avremmo avuto la scoperta dell’America. Ogni volta una discussione che per liquidarla gli dicevo che a Selargius c’era la festa di una Madonna a caso e in questo caso, non musciava (fiatava). Ma non finisce qui. Si lamentava sempre per come non cambiavo le marce, ma non mi avvertiva gentilmente, succede a tutti di pensare ad altro, no, era sempre stizzita “Ma in che marcia sei?” – “Come? Ah, la terza, adesso metto la quarta” – “La quarta? Metti la quinta, ma non lo senti il motore? Strano che ancora resista”. Quando basta dire “La marciaa!” e io capisco al volo, senza dover subire una svalutazione.
Senza contare le volte che veniva con noi mia suocera, la vedevo dallo specchietto fare la faccia schifata quando mia moglie mi rimproverava. Un giorno, esacerbato, mi è venuto questo aggettivo, le ho chiesto “Ma lo sai cosa sono le marce?” – “Una cosa che non sai fare”. Potrei continuare, ma mi sto sentendo male, non vorrei gli spiragli facessero male al solo nominarli.
Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)


“Un giorno, esacerbato, mi è venuto questo aggettivo, le ho chiesto «Ma lo sai cosa sono le marce?»”

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