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Editoriale del 18 marzo 2014

Bellezza inarrivabile del gerundio. Invito i docenti del Quijote a valorizzare il modo verbale più vivo della lingua italiana, l’unico che comunica mentre agisce, riuscendo magicamente a coniugare la vita e il suo racconto. Tutti gli altri modi sono costretti a sospendere l’esistenza per sprecarla a chiacchierare o a scrivere: la banalità dell’indicativo, con il nostalgico passato remoto, il petulante passato prossimo, l’inutile presente e quel cialtrone del futuro; la millanteria fanfarona del congiuntivo, a forza di “se fossi” e “se avessi” o, peggio, il vittimista “magari potessi”; l’arida piattezza dell’infinito; l’arroganza irritante dell’imperativo; l’inaffidabile vanteria del condizionale coi suoi “farei”, “direi”, “ucciderei”, ma levati di culo; la bastardaggine del participio, che è solo un aggettivo o, tutt’al più, un nome mascherato da verbo, quasi un patetico transessuale: “cantante” o “passato” vi sembra possano aspirare al rango di verbi? Invece il gerundio possiede la freschezza di chi sa fondersi con la realtà, serbandone la fragranza: io scrivo “sto scrivendo” e, mentre lo scrivo, lo faccio. Ancora più vivaci “sto correndo” o “sto scopando”, anche se ci tocca mormorarli col fiatone e sarebbe un po’ complicato scriverli. Capì bene la sublime potenzialità di questo modo il mio amico Enrico, quando avevamo tre o quattro anni, al punto che lo rinforzava con la perifrastica, coniando uno splendido supergerundio: diceva “lo sto per facendo” oppure “stavo per andando”. Quando la sera le nostre mamme ci chiamavano a cena, mentre giocavamo in giardino, lui rispondeva sempre “sto per arrivando” (non era vero, rimanevamo ancora a farci chiamare per mezz’ora). Se lo rimproveravo di non avermi informato su qualcosa, obiettava stizzito “te lo stavo per dicendo”: la sua abilità nel supergerundio era tale da convincermi che ero io, con la mia fretta, ad avergli strozzato in gola quello che avrebbe già pronunciato, se solo avessi aspettato zitto una frazione di secondo. Quel genio del gerundio, capace di spremerne i succhi più espressivi con il suo uso originale e smagliante, veniva a quei tempi bacchettato dall’ottusità degli adulti, che lo prendevano per il culo perché secondo loro, poveracci, non sapeva ancora parlare. Oggi Enrico fa il commercialista, è sposato, ha due figlie e usa il gerundio normale come tutti gli altri italiani. Che malinconia.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da uno spettacolo di Benito Urgu con Alverio Cau

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