STATUE PERBENE


Editoriale del 17 settembre 2019

Andremo in Paradiso grazie a un’eccellenza. Nonostante il grumo di peccati, difetti e meschinità che ci portiamo in corpo. Il bello sarà proprio quello: che Dio dirà “nonostante lo schifo puzzolente del 90% di quest’uomo, il 10% luccica tanto da salvarlo”. Rovesciando l’ottuso perbenismo borghese che, per colpa dell’1% di imperfezione che scorge in un tizio qualsiasi, lo bolla a vita con un’etichetta umiliante. San Francesco? Aveva i piedi sudici. Napoleone? Era un nano. Einstein? A scuola era un ciuco. Come diceva Pascal, si spengono le lanterne degli altri per far vedere che è accesa la nostra. Soprattutto se le lanterne degli altri rischiano di fare più luce della nostra. Così a Trieste si è accesa una polemica penosa per il monumento a Gabriele D’Annunzio, secondo alcuni inopportuno perché il Vate era un gran fascista. A parte che D’Annunzio non era fascista ma dannunziano (fascisti furono invece Pirandello, Ungaretti, Marconi e tanti altri vip da statua), è il concetto di base a essere sbagliato. Una statua viene eretta per creare il mito di un personaggio che sia punto di riferimento per le generazioni future grazie a qualcosa di memorabile che egli ha fatto, al netto delle sue inevitabili umane manchevolezze. Che, nel caso di artisti e scienziati, spesso sono svariate. Non potremmo erigere una statua a Caravaggio, che fu un assassino. E, in epoca di MeToo, come dovremmo valutare Ugo Foscolo, al quale sono state calcolate almeno 68 amanti, tutte regolarmente sposate? Per non parlare di Giosuè Carducci, adultero scatenato, o di Giovanni Pascoli, sospettato addirittura di incesto. Più vicino a noi, ci sarebbero seri problemi anche per Celine, Ezra Pound e Pasolini. Dagli eroi della guerra di Troia a Garibaldi, mitizzare qualcuno significa assumerlo a modello sulla base del coraggio, del genio artistico o scientifico e dell’impronta che ha lasciato nella storia, una celebrazione del suo talento. È ovvio che Ettore, Achille, Galilei, Giordano Bruno, Leopardi, Cavour e compagnia bella avranno avuto le loro magagne di poveruomini, come tutti noi. Se approvassimo una statua solo dopo aver fatto le pulci all’intera esistenza (etica e politica) del celebrato, sarebbe inevitabile abbatterle quasi tutte, da quelle di Giulio Cesare (bisessuale così sfrenato da essere definito marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti) a quelle di Van Gogh (psichicamente inguaiato e operativamente molesto), compresa gran parte di quelle dei santi e di tutte le divinità pagane (Zeus/Giove è un fedifrago puttaniere tra Casanova e De Sade, visto che si è fatto tutte le belle ragazze del mondo dopo essersi pappato gli organi genitali del babbo). D’Annunzio è uno dei maggiori poeti del Novecento, basterebbero l’Alcyone, il Notturno o uno dei suoi romanzi per giustificare abbondantemente la statua. Gli squallidi moralisti che, a più di ottant’anni dalla sua morte, ancora non lo hanno digerito e si fanno scudo dell’antifascismo peloso, gli regalano un supplemento di vitalità. Il Liceo Quijote, per sgombrare il campo da palloccolosi pregiudizi, propone di dedicare una statua, da collocare all’ingresso dell’istituto, a un grande nostro beniamino: Charles Bukowski.

 

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

 

https://youtu.be/jGapBfzfUwY

 

Il Liceo Quijote, per sgombrare il campo da palloccolosi pregiudizi, propone di dedicare una statua, da collocare all’ingresso dell’istituto, a un grande nostro beniamino: Charles Bukowski. (da STATUE PERBENE – Editoriale di Fabio Canessa)

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