SUSSURRI E GRIDA


Editoriale del 1 aprile 2020

Di fronte alla tragedia che stiamo vivendo in questi giorni molti cercano di capire e di dirci come saremo dopo. Forse è più semplice tentare di comprendere come siamo oggi, alla luce del nostro vissuto. Siamo costretti, volenti o nolenti, a pensare alla morte, allo strazio di chi si congeda dalla vita solo, senza una mano cara o amica che lo stringa, senza una parola di conforto. Ingmar Bergman nel suo film del 1972 “Sussurri e grida”, capolavoro ambientato in una villa dell’alta borghesia nordica dell’’800, capovolge in modo poetico le idee di vita e di morte. Ci racconta di tre sorelle, una delle quali, Agnese, sta morendo, ma si lascia accompagnare, nel suo progressivo spegnersi, da una badante, una dolcissima umile donna, di cui viene appena accennato il fatto che ha perso una bambina in tenera età. Ora la sua bambina è lì, è in questa padroncina che sta morendo e ci sono delle scene straordinarie, di un calore fortemente coinvolgente, in cui ella dà il suo seno a questa donna morente agitata da sussulti, dallo strazio della sua fine, quasi incarnando la pietà di Michelangelo. L’esistenza di entrambe si confronta con la morte, quella personale, da un lato, e quella della figlia, dall’altro, ma il loro abbraccio tenerissimo e la sorgente d’amore che ne sgorga fa di loro due persone che sanno andare oltre il vincolo tangibile del loro spegnersi, l’una come donna e l’altra come madre, e fa di tutt’e due un esempio concreto di vita contro la morte. Dall’altra parte ci sono le due sorelle Karin e Maria, sprofondate nel silenzio, parlano pochissimo, la prima solo per urlare grida di comando nei confronti dell’umile badante e la seconda soltanto per ripetere, come se si trattasse di una liturgia, la sua arida sensualità del tutto impersonale. Tra le due c’è il silenzio, ma c’è il silenzio di ciascuna di esse con il mondo, e fanno da contrappunto a queste due figure drammatiche i rispettivi mariti, immobili, costretti dentro a un conformismo assoluto nei loro movimenti, nelle loro professioni, nei loro inganni sociali, senza parole anche loro: nessuno parla ma tutto grida, grida di comando, di terrore. Vivono, ma in realtà sono tutti morti dentro. Ecco, forse quello che ci sta capitando in questi giorni può indurci a pensare cos’è la vita e cos’è la morte.

Silvano Tagliagambe (Iconologo di Aristan)

 

ci sono delle scene straordinarie, di un calore fortemente coinvolgente, in cui ella dà il suo seno a questa donna morente agitata da sussulti, dallo strazio della sua fine, quasi incarnando la pietà di Michelangelo (da SUSSURRI E GRIDA – Editoriale di Silvano Tagliagambe)

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