O TEMPORA O MORES


Editoriale del 15 maggio 2012

Durante un viaggio in treno verso Milano, alla stazione di Firenze sale una signora anziana, ben vestita, e si siede accanto a me, di fronte a un suo coetaneo. Il quale attacca discorso lamentandosi dello schifo dell’Italia di oggi, dei politici ladri, dell’inciviltà dilagante, della povertà culturale, dei giovani maleducati, degli sprechi. Lo fa con un’oratoria banale nei contenuti quanto elegante e colta nell’eloquio. Io continuo a leggere il giornale, ma la signora, dopo averlo lasciato parlare per qualche minuto, lo interrompe chiedendogli candidamente perché fa così. Lei, dice, gira l’Europa e non capisce come mai solo gli italiani si crogiolano nell’autodenigrazione, mentre tutti gli altri sono orgogliosi del loro paese. Camminare per Firenze, aggiunge lei, è una passeggiata nella cultura; Roma, Milano, Venezia, Napoli, Genova sono scrigni di tesori preziosi. E se i nostri politici risultano deludenti, non è che Sarkozy o Cameron siano Pericle (e oltretutto, pensavo io, Luciano Canfora ha dimostrato di recente che anche Pericle non era Pericle). Il signore accusa il colpo: ha preso una rincorsa troppo energica verso la protesta per poter fare retromarcia all’improvviso, però si capisce che, se potesse tornare indietro, imposterebbe la sua filippica diversamente. Allora le sue risposte diventano tutte un “Certo, è così, ma…”, “Sono d’accordo, però…”, “L’Italia sarebbe il più bel paese del mondo se…”, ma il suo sguardo tradisce una scarsa convinzione. A ogni obiezione, la signora lo infilza con esempi e aneddoti sempre in positivo. Se lui argomenta goffo infamando Berlusconi, Lusi e il Trota, lei spietata vola alto celebrando Dante, Michelangelo e Giuseppe Verdi. Seguivo il dialogo affascinato: due signori colti, entrambi più vicini agli ottanta che ai settanta, in singolare sintonia di formazione, cultura, educazione si erano incontrati in treno e, desiderosi tutti e due di comunicare, avevano trovato l’interlocutore ideale. Ma, porca miseria, erano partiti col piede sbagliato. E la colpa era tutta di lui che, giustamente convinto di ricevere più facilmente il consenso del pubblico impostando una vibrante requisitoria del genere “o tempora, o mores”, come difatti succede di solito, annaspava vistosamente, pur cercando di conservare un certo stile e una dignitosa coerenza, per la sorpresa di essere stato smentito proprio da un essere umano che sembrava tagliato su misura per andare d’accordo con lui. La mia stima andava a lei, ma la mia simpatia era tutta per lui: lei ostentava la sua felicità, lui soffriva come un cane per nasconderla.
 
Fabio Canessa
 

COGLI L’ATTIMO

 

da Viaggio in seconda classe (Rai 1977) di Nanni Loy

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