THURSDAY FOR FUTURE


Editoriale del 26 settembre 2019

 

Chissà se quelli che dell’accurata differenziazione dei rifiuti urbani fanno un punto d’onore (diligenza, competenza, puntiglio) sanno che di tutta la plastica che raccolgono meno della metà (il 43,6%, dati Corepla 2019) viene riciclata, con costi peraltro discutibili. Nessuna ciabatta, nessun pettine, nessun pallone si trasformerà mai in una panchina, in una cassetta per la frutta o in un abat-jour. Ciò che non si ricicla, o perché difficoltoso o perché antieconomico, finisce in un termovalorizzatore, in una discarica oppure altrove, lontano (ma tanto lontano) da casa. Un grande bluff, se si considerano le martellanti campagne pubblicitarie che mostrano il risultato finale dei nostri sforzi: tristissimi oggetti in plastica riciclata, talvolta con un po’ di design. Ma davvero esiste un mercato fiorente per loro? Da sempre le nazioni economicamente più avanzate inviano la plastica che non vogliono o non possono smaltire (miliardi di tonnellate) in Cina e nel Sud-Est asiatico. La Cina ne acquisiva fino a due anni fa la maggior parte, ora si rifiuta di farlo. In questi luoghi esotici la plastica finisce per accumularsi in immense discariche o essere bruciata a cielo aperto, con pesanti ricadute sull’inquinamento atmosferico e sulla salute. È quello che sta succedendo in Malesia, un paese letteralmente sommerso dalla plastica altrui. Non sto incitando a non differenziare i rifiuti, non esistono opzioni migliori. Constato però quanto poco se ne sottolinei l’utopia e, nel caso della plastica, ancora meno si faccia per disincentivarne l’utilizzo, per eliminare l’usa e getta, per migliorarne la biodegradabilità o in definitiva per diminuirne la produzione. Oggi, giovedì, vigilia di un venerdì del futuro, decidete di rinunciare alle bottiglie di plastica. Compratevi una borraccia e riempitela con l’acqua del rubinetto, se proprio volete aiutare il pianeta.

 

Marco Schintu

(Ufficio pesi e misure di Aristan)

 

 

Da sempre le nazioni economicamente più avanzate inviano la plastica che non vogliono smaltire (miliardi di tonnellate) in Cina e nel Sud-Est asiatico. La Cina ne acquisiva fino a due anni fa la maggior parte…(da THURSDAY FOR FUTURE – Editoriale di Marco Schintu)

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