I TIFOSI CHE VOGLIONO LO SCEICCO


Editoriale del 24 aprile 2019

“Alla fine desidero solo le cose che mi distruggeranno”
Sylvia Plath

Quando è successo che abbiamo dimenticato di non essere eterni? C’è stato un momento esatto in cui ci siamo distaccati dal compito di imparare, preservare e tramandare? Vedendo andare in fiamme la basilica di Notre Dame mi è rivenuta in mente una domanda fondamentale di Gaston Balchelard, grande filosofo della scienza: perché ci si abitua a qualcosa? Notre Dame in fiamme era (la speranza è che possa tornare presto ad esserlo) una delle abitudini granitiche dei parigini, una di quelle cose che a un certo punto diventano scontate nell’esistenza degli uomini. Ecco perché in poco tempo, e dal giorno dopo il disastro, gli uomini più ricchi di Francia hanno messo mani alla loro ricchezza  destinando ingenti somme per la ricostruzione di una delle anime dell’Europa. Non si può fare a meno delle proprie abitudini, perché esse ci fanno sentire parte di un destino comune e impediscono di farci precipitare in un caos senza senso. Certo i cambiamenti, ad un certo punto, sono qualcosa di fisiologico e anche benefico, ma questo se parliamo della storia dei nostri bisogni e delle nostre motivazioni. Ma quando ha essere intaccata è l’abitudine ad un bene comune, allora la prospettiva cambia completamente. C’è stato un momento, nella storia del movimento calcistico europeo, in cui l’abitudine è stata praticamente stravolta da un evento di cui ancora non siamo particolarmente consci. E non mi sto riferendo alla legge Bosman, che di fatto non ha poi cambiato un granché nella condizione dei calciatori avendo semplicemente spostato il potere sul mercato dai club ai procuratori, ma a quando la Qatar Investment Authority ha fatto, nel 2011, il suo ingresso nel mondo del calcio europeo con l’acquisizione della Paris Saint Germain. Il fondo sovrano del Qatar, con un patrimonio stimato in miliardi di dollari a disposizione difficili da quantificare, ha immediatamente dopato finanziariamente tutto il movimento calcistico del vecchio continente. Una cosa avvenuta impunemente sotto gli occhi indifferenti e omissivi della politica e delle autorità calcistiche europee e mondiali. L’allora presidente della repubblica francese, Nicolas Sarkozy (sì, proprio quello dell’intervento militare in Libia effettuato senza avvertire preventivamente l’Italia, che nel Paese nordafricano aveva molteplici interessi), aveva speso tutto il suo prestigio per favorire e far prosperare questa penetrazione nel calcio continentale di uno stato straniero, perché la Qatar Investment Authority è il forziere di uno stato con i suoi confini e i suoi interessi geopolitici. Utilizzare l’asfittica Ligue 1 come cavallo di troia per sedersi al tavolo  del calcio mondiale che conta, è stato il capolavoro della famiglia Al Thani, da sempre padre padrone dei destini del piccolo e ricchissimo emirato. A nulla sono valsi i dubbi posti dall’allora ministro dello sport francese Chantal Jouanno, immediatamente minacciata da Sarkozy di farla saltare dalla poltrona occupata.
Monito effettuato con una tale aggressività da far meritare all’allora inquilino dell’Eliseo la non tanto commendevole definizione, da parte del quotidiano “Liberation”, di “dodicesimo uomo del Paris Saint Germain”. Bisogna qui ricordare che il Qatar ha la terza riserva al mondo di LNG (gas naturale liquefatto) e le infrastrutture per lo sfruttamento dei giacimenti sono in mano a due società, di cui una è, guarda caso, la francese “Technip”. Nel 2017 questo colosso francese dell’ingegneria e delle costruzioni per l’industria dell’energia,  si è fuso con l’azienda americana “FMC Technologies”  dando vita alla “TechnipFMC”, che ha nel Qatar una delle sue principali zone strategiche. La Francia quando ha in ballo i propri interessi, come il caso Libia insegna, non bada molto alle sottigliezze ed ha addirittura concesso la Legion d’Onore, la massima onorificenza francese, all’ emiro Tamim bin Hamad al-Thani. Il Qatar ha fatto di tutto per avere il favore dei salotti parigini che contano, e quel “fare di tutto” in genere si coniuga con un fiume di soldi fatto scivolare in molte direzioni. Molte aziende francesi, per esempio, sono coinvolte nei mondiali di calcio del 2022. Da Alcatel a Le Meridien, ad Accor, ed altre ancora. Ma cosa hanno spinto i delegati Fifa ad assegnare dei mondiali di calcio ad un Paese piccolo come l’Abruzzo e senza nessuna rilevanza nella storia del calcio? Quali meriti sportivi hanno rintracciato in questo emirato? Che tipo di operazione prospettica è? E soprattutto: perché al Qatar interessa tanto prendere una posizione dominante nel mondo del calcio? Anni fa un ambasciatore americano a Doha (capitale del Qatar) scrisse in un rapporto “che presto il Paese con le connotazioni di un impresa familiare con un seggio all’Onu presto si sarebbe trovato con talmente tanti soldi da non saperne che fare”, quindi si può escludere una famiglia Al Thani attenta al calcio come un possibile moltiplicatore delle fortune del loro fondo sovrano.
Qualche articolo pubblicato in questi anni ha tentato di far accreditare la tesi, a giustificazione della bulimica mole di investimenti nel calcio di questo piccolo emirato un tempo praticamente disabitato, di una smodata passione per il calcio da parte dell’attuale emiro qatarino.  Far passare il teorema del “ricco scemo” voglioso di togliersi un capriccio è sempre stato uno dei più riusciti espedienti dei creatori delle “fake news”, perché non c’è niente di meglio che banalizzare un problema per non farlo più apparire come tale. Dietro questo presunto ricco scemo c’è la sceicca Mozah bin Nasser, ossia colei che lo ha messo al mondo,  vera eminenza grigia di questo forziere travestito da fondo sovrano diventato presto la Lampada di Aladino del calcio mondiale, e non solo di questo. E’ la sceicca Mozah a volere la nascita, nel 1996, del canale satellitare Al Jazeera, che nel 2010 avrà un ruolo fondamentale come cassa di risonanza delle primavere arabe, presto diventato un punto di riferimento mediatico di tutta la cultura araba, e che nel 2012 promuove la nascita di “beIN Sports”, network globale di canali sportivi. A capo di questa nuova piovra mediatica del mondo dello sport, la sceicca non poteva che mettere l’uomo tuttofare della famiglia Al Thani, ossia quel Nasser al Khelaifi che in quanto a cariche ricoperte riesce a far impallidire un vero cultore di poltrone come Luca Codero di Montezemolo. Sembra non indignare e non sorprendere nessuno, nemmeno la grande stampa, l’evidente conflitto d’interessi in cui è coinvolto Al Khelaifi, in quanto beIn SPorts detiene, tra i tanti diritti di sfruttamento mediatico del calcio, quelli della Ligue 1, campionato da anni dominato da quel Paris Saint Germain presieduto proprio dal “nostro” caro Nasser. Non importa alla grande stampa, non importa alla Uefa, non importa alla Fifa e non importa alla politica francese. I soldi, e il loro potere seducente e corruttivo, hanno ormai prevaricato su tutto, e hanno fatto perdere di vista il concetto tanto caro al buon senso di prestare attenzione al rovescio di ogni medaglia, un rovescio di cui tra qualche anno i popoli europei potrebbero essere chiamati a pagarne il conto. Ma questo rovescio non deve essere stato tenuto in considerazione dai delegati Fifa quando nel 2010 assegnano l’organizzazione dei mondiali del 2022 al Qatar. Nessuno ha mai potuto sapere, perché niente di ufficiale è mai stato detto, il motivo per cui la candidatura qatarina è stata preferita alle altre, candidature molto più interessanti e prospettiche per il mondo del calcio. Ecco perché il sospetto di movimenti corruttivi sui delegati Fifa, da parte del Qatar, sono stati sollevati da più parti. Sospetti che il Qatar ha respinto sempre sdegnosamente, ma senza mai convincere appieno. “Non mi interessa da dove vengano, voglio solo i migliori in circolazione”, con questa filosofia la sceicca Mozah ha dato mandato ai suoi uomini di comprare tutto ciò che è comprabile nel mondo dell’arte e dello sport, nel chiaro tentativo di impossessarsi dell’anima e del tempo libero dell’Occidente. La strategia ha compreso, e comprende, anche far essere il piccolo regno presieduto da suo figlio il maggiore finanziatore delle moschee costruite o da far costruire nei territori di cultura cristiana. Questa donna, inserita da Forbes tra le cento donne più potenti del mondo, in una delle rare interviste concesse(al periodico Vanity Fair) non ha fatto mistero su quale sia il suo modello di riferimento, ossia l’egiziano  Gamal Abd el Nasser, uno degli storici leader dell’anticolonialismo e del panarabismo.
Colui che nazionalizzò il Canale di Suez, considerata dal mondo mediorientale una delle grandi vittorie contro l’occidente. I tifosi di tutta Europa  sognano l’avvento di uno sceicco arabo nella proprietà delle loro squadre, ma devono sapere che è un gioco del quale si conosce l’inizio ma del quale non si conosce la fine. Il calcio è entrato, in quanto bene comune di primaria importanza alla stessa stregua di una cosa come l’acqua, nel pericoloso e delicato gioco della geopolitica. Bisogna stare attenti, quindi, a cosa oggi l’uomo occidentale desideri. Fino al giorno prima del rogo che l’ha distrutta, non si riuscivano a trovare pochi milioni di euro per ristrutturare e preservare Notre Dame. Solo dopo la sua perdita, in poche ore si sono trovati quasi un miliardo di euro per la ricostruzione. Dobbiamo perderle le cose prima di apprezzarle come preziose e vitali abitudini. Attenti, quindi, a desiderare il ricco arabo, perché nella vita a volte c’è una sola tragedia a superare il desiderio, ed è quello di soddisfarlo.

Editoriale di Anthony Weatherill (ha collaborato Carmelo Pennisi)

I tifosi di tutta Europa  sognano l’avvento di uno sceicco arabo nella proprietà delle loro squadre, ma devono sapere che è un gioco del quale si conosce l’inizio ma del quale non si conosce la fine (da I TIFOSI CHE VOGLIONO LO SCEICCO – Editoriale di Anthony Weatherill (ha collaborato Carmelo Pennisi)

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