TU CHIAMALE EMOZIONI


Editoriale del 28 maggio 2021

Ho sposato una donna abruzzese, che è più sarda di molti sardi, o sarda come molti altri. Appartiene alla genìa dei Calvisi continentali, che si trovano concentrati nel paese di Fossa in provincia dell’Aquila. Nessuno può stabilire se sia stato un pastore sardo o un casaro abruzzese, che si sia messo in proprio a creare discendenze, ma lo lasciamo così, vago e ricco di possibilità. Lei ha sempre sentito un richiamo nelle intragne (interiore) per l’isola, dove venne in vacanza da ragazza con un’amica, senza portarsi creme solari, a Orgosolo non le usano, e si mischiò nelle feste di Mamoiada e Bosa, dimenticando di essere turista.
Mi ha detto di avere scorto il mio sguardo orgoglioso su di lei, una volta, lei dice l’unica, che andammo a Sindia, per il matrimonio di Nino Mura, un mio cugino.
Dopo il pranzo spostarono i tavoli e cominciò la musica, cioè i balli sardi, e lei ballò insieme a tutti e trasformò la sorpresa in naturalezza, aveva nostro figlio in grembo e nessuno dei due si stancò, anzi, quando lei si fermava lui continuava. Io guardavo e in quella visione vedevo tante cose che non potevo spiegare ma ben sapevo e le tengo nella mia custodia.
In quella donna, in un episodio finito, c’erano tante sensazioni. C’era mia madre, mia zia Caterina, mia nonna. Niente come il ballo sardo mi emoziona. Auguro a tutti di avere una musica che li emozioni allo stesso modo, o li faccia sentire vivi. Ho sempre in mente le immagini di una festa paesana, una come tante, di un paese qualsiasi, quando ancora non si usava il ballo civile, e tutti erano vestiti allo stesso modo, tutti cun su bonette, il loro mito non era un rapper qualsiasi e alla festa si andava a piedi, a ripetere i gesti che erano rito, usanza, e anche orgoglio, di quelli da sentirti dentro.
Due episodi mi tornano sempre in mente. Mio padre in soggiorno vestito nel tradizionale pigiama che durante una trasmissione di Sardegna canta si alza improvvisamente e segue il ballo, come avvolto in una nuvoletta, in un impulso improvviso, poi si risiede e noi facciamo finta di niente, ma io so quanta nostalgìa di gioventù e sensazioni c’era in quell’empito.
Un’altra fu una volta che presentai un mio libro ad Arbatax. Alla fine c’era un ragazzo con l’organetto che intonò un ballo sardo. Mio zio Gigino, forse 87 anni allora, ballò incessante, tetteru che fusu, (dritto come un fuso) senza avvertire di essere guardato da me, che li vedevo bambini, i miei zii, ragazzi di un tempo diverso, di un sentire che la musica accompagna. Vedevo mio padre e i suoi fratelli riuniti in circolo presi per mano, chiudersi e aprirsi, prendersi e lasciarsi e noi nipoti al centro. E lì siamo rimasti perché quella musica è sempre stata orgoglio, riconoscimento, non solo svago.

Nino Nonnis (La Cavana [la roncola] di Aristan)

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