TUTTE LE VITE DI AYALA


Editoriale del 7 settembre 2105

Chissà, magari l’ho visto zampettare nel fango del campo profughi di Suruc il piccolo Ayala Kurdi. Pochi chilometri dalla sbriciolata Kobane ma già Turchia. Stracci incendiati per respingere il freddo, un odore di branco fetido che riesce dai cessi, i guerriglieri storpi chiusi dentro le tende di plastica, la fila per l’acqua delle donne nelle ore comandate. La neve. Nessuno che abbia avuto il coraggio di confessare che la foto del piccolino riverso sulla battigia come un osso di seppia sia magnifica. O meglio, che il dramma e la grande marea mediatica non si sarebbero innescate se Ayala fosse stato ritratto con un braccio mozzato o il ventre divelto. O in grembo al padre urlante davanti alla casa dove i bombardamenti hanno seppellito madre e fratello. Tutti scatti possibili. Tutti scatti quotidiani in Siria e negli altri paesi andati a ramengo. Tutti scatti scattati centinaia di volte. Sta là invece, addormentato e perfetto dove si incontrano il mare e la terra, nemesi delicata di una Venere abortita. Mi sembra superfluo sottolineare come la pancia piena coincida con un calo dell’immaginazione. Sarebbe un gran sollievo pensare al misterioso istante in cui la storia, anche in uno dei suoi piccoli capitoli, cambi strada e sentire. Ciò che era stasi e pavida indifferenza è ora coraggio e movimento. L’affastellarsi dell’orrore colma la misura, l’opulenza spalanca gli occhi ai mostri di passato e presente, prende per la gola il destino. L’inno alla gioia trionfa nelle stazioni. Un po’ eccessivo, mi pare, per quattro anni di inerzia e 250.000 morti. Cosa è accaduto, allora? È accaduto che Beethoven abbia sostituito Wagner e la Germania, dopo aver spappolato la Grecia, si aggiusti il trucco con una manciata di siriani. Il dominio sull’Europa è un vecchio sogno, cambiano le maniere. Gli stitici commensali britannici e francesi sono costretti ad aprire le fessure di Ventimiglia e Calais. Poca roba, per non sfigurare. I camerieri italiani sgroppano sul mare, sempre nel mezzo, fra padroni e straccioni. Milioni di sonnolenze si destano per plaudire allo stentoreo, eroico cambio di rotta. E la tristezza incolmabile è che la vita di Ayala e di molti altri, tutti i loro futuri possibili, siano stati usati come marionette in questa lentissima, mortale giostra dell’ipocrisia. La tragedia ci piace, della tragedia abbiamo bisogno. Dopo tutto il sangue versato nei secoli per scendere dal palco e sedersi in prima fila, perché privarsene?

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

da Odissea – Le avventure di Ulisse (1968) sceneggiato televisivo diretto da Franco Rossi, insieme con Piero Schivazappa e a Mario Bava. Con Bekim Fehmiu

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