UBALDO E LA STRADA


Editoriale del 6 gennaio 2014

Aperta la porta Maria Teresa vide un figuro inscheletrito, coperto di polvere. Era Ubaldo, il primo soldato a sinistra, quello con il tascapane a tracolla, gli occhi nell’ombra e la postura da guappo. L’armistizio dell’8 settembre gli aveva tirato un brutto scherzo. Autiere di stanza a Giovinazzo, Foggia, era stato fatto prigioniero dagli inglesi e stipato insieme a tanti altri in un campo di concentramento a Gela, in Sicilia. Dopo qualche settimana agli ospiti venne comunicato che la mattina seguente un’imbarcazione li avrebbe traghettati in nord Africa, dove ad attenderli avrebbero trovato una suite assolata in un campo di lavoro. Ubaldo decise di darsela a gambe. Insieme ad altri sette commilitoni strisciò nella notte del campo, scavalcò la recinzione mal custodita e come i cani abbandonati annusò la via di casa. Con ogni probabilità gli indecisi rimasero a fissare il soffitto nelle stanze del campo, insonni. Impiegò un mese a tornare a Roma nel suo piccolo appartamento di S. Paolo, davanti al volto incredulo di sua moglie. Attraversò il sud devastato dalla guerra su carri, macchine, treni merci e un sidecar rubato che in Calabria dovette cedere a una canaglia meglio armata. Quali esperienze e pensieri attraversassero il corpo del giovane trentenne non è dato sapere. In letteratura il suo io di ragazzo di borgata si riempirebbe dell’ineffabile calore della storia. Ubaldo fece il portiere e l’autista, ebbe con Maria Teresa due figli, Franco e Roberto. La letteratura è un gioco meraviglioso e infame, e noi siamo solo cronisti. Per questo registriamo che i labirinti del tempo e del caso hanno conservato l’attitudine ai ritorni improbabili, la maledizione della strada e l’incoscienza smargiassa di Ubaldo, che di cognome faceva Foschi.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan war’s correspondent)
foschiluca.com

COGLI L’ATTIMO

 

da Tutti a casa (1960) diretto da Luigi Comencini, sceneggiato da Comencini stesso con Marcello Fondato e Age & Scarpelli. Con Alberto Sordi e Serge Reggiani

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