NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO, MA TAPPO


Editoriale del 29 luglio 2020

Il paragone istituito nell’editoriale della scorsa settimana tra la cintura di castità e il “tappo” con cui è stata chiuso il nuraghe Is Paras di Isili non era casuale. La cintura di castità, frutto, come si è detto, di una leggenda priva di fondamento storico mirava a privare la donna di un piacere e a inibirlo fino al ritorno del legittimo sposo dalle crociate; il tappo del nuraghe, che invece purtroppo non è una leggenda, ma un fatto di cronaca, impedisce di assistere a uno spettacolare incontro tra natura e cultura.
L’evento naturale è il solstizio d’estate, il giorno dell’anno solare – il 21 giugno – in cui la nostra stella raggiunge la sua massima altezza nell’emisfero nord: quando attraversa il meridiano alla latitudine di Isili il punto che il sole raggiunge in quel giorno forma con la verticale un angolo di 16° circa.
L’ingegno del popolo nuragico produsse una magnifica cupola, un tetto aggettante a pietre che sporgono l’una sull’altra man mano che si sale, che arriva fino all’incredibile altezza di 11,5 m, con una piccola apertura circolare di circa 40 centimetri all’apice. L’altezza di questa cupola ha con la propria base un rapporto di particolare interesse: la linea passante tra l’apertura della cupola e la circonferenza di base della medesima forma un angolo di 16° circa rispetto alla verticale.
L’identità tra l’angolo naturale e quello della costruzione, studiata e messa in rilievo da Mauro Peppino Zedda, archeoastronomo di Isili, fa sì che a mezzogiorno del solstizio d’estate il fascio di luce del sole che penetra nell’apertura della cupola raggiunga con assoluta precisione il filare di pietre più basso alla base della cupola, a 2 centimetri dal piano di calpestio, che è quello originario, senza toccarlo, trascorra circa 20 minuti attorno a questo livello e poi ricominci a salire.
Il dilemma di fronte al quale ci pone questa situazione può essere così riassunto: la convergenza tra i due fenomeni, il naturale e il culturale, è l’esito di un incontro casuale e non intenzionale, senza alcun significato storico e pertanto trascurabile, come credono taluni, o è invece il frutto di un matrimonio progettato e voluto, il prodotto di una profonda conoscenza dei fenomeni celesti e dell’intento di darne testimonianza attraverso apposite costruzioni, come ritengono gli archeoastronomi di tutto il mondo? Il tappo artificiale di chiusura della cupola, imposto dalla ex Soprintendenza per i beni archeologici di Sassari e Nuoro, è sconveniente perché dà sfacciatamente una risposta a favore della prima opzione senza curarsi d’indagare e di capire.

Silvano Tagliagambe (Iconologo di Aristan)

“A mezzogiorno del solstizio d’estate il fascio di luce del sole che penetra nell’apertura della cupola raggiunge con assoluta precisione il filare di pietre più basso alla base della cupola”
Da NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO, MA TAPPO – Editoriale di Silvano Tagliagambe (Iconologo di Aristan)

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