VICOLI DEL PORTO


Editoriale del 6 agosto 2013

Nel caldo caos agostano osservo i turisti sbarcare da un traghetto: volti stremati, espressioni ansiose, tedeschi in bermuda e calzini, un senso diffuso di sciatteria e rompimento di palle. Ma a medicare la nausea, basta pensare ai porti del nostro immaginario. Ogni poeta concepisce la propria opera come un viaggio per mare e scorgere le banchine del porto vuol dire aver condotto a compimento la propria vocazione. La folla di illustri vip che attende l’approdo della nave in porto nell’ultimo canto dell’Orlando Furioso acclama l’abilità del nocchiero Ariosto, che è riuscito a chiudere il poema nonostante le spinte centrifughe del suo complicatissimo intreccio. Magari riuscissimo anche noi a terminare compiutamente le nostre vite prima che la morte le interrompa nel bel mezzo di una trama irrisolta e inconcludente. Una volta scesi a terra, l’avventura non è finita. L’atmosfera del porto non è quella dei sonnolenti e prevedibili quartieri borghesi: crocevia di popoli e destini, di arrivi e partenze, il porto è da sempre la vera società multietnica. Il suo fascino è quello dell’ambiguità, perché è luogo di incontri, regione instabile dell’effimero e del fortuito, perennemente mutevole. Vi sbarcano ciurme da tutto il mondo: nei suoi vicoli puoi trovare Braccio di Ferro e Corto Maltese, i pirati di Stevenson e i marinai gay di Fassbinder, Marlon Brando e Marlene Dietrich, i mercanti di Boccaccio e gli eroi di Salgari, gli ubriaconi tatuati e le puttane dal cuore d’oro, gli esploratori inglesi in cerca di tribù sconosciute e gli affaristi senza scrupoli, i pescatori di pesce e quelli di perle, gli illusi e i delusi, gli armatori miliardari e i reietti della società. Serbatoio dell’immaginario letterario, cinematografico e fumettistico, il porto è l’apprendimento della vita, la palestra del disordine sentimentale (avere una ragazza in ogni porto è il sogno di ogni marinaio) e la serenità della morte cui aspirava Ugo Foscolo (“e cerco anch’io nel tuo porto quiete”). Lo aveva capito bene Dante, che nel Paradiso definisce gli uomini come le creature che “si muovono a diversi porti/ per lo gran mar dell’essere, e ciascuna/ con istinto a lei dato che la porti”. La rima equivoca ci ricorda l’affinità tra il porto e l’essere portati, o trasportati, ognuno verso il proprio approdo. A meno che l’ispirazione non ci destini verso il porto sepolto: quello, secondo Ungaretti, dove “vi arriva il poeta/ e poi torna alla luce con i suoi canti/ e li disperde”.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da Una ballata del mare salato – CORTO MALTESE (serie animata RAI) di Hugo Pratt

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